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Società multietnica con tendenze xenofobe

Domenico De Masi, sociologo ANSA-MAURIZIO BRAMBATTI
Pubblicato il 01-01-2018

In vista del Grande Giubileo per i 2000 anni dall’annuncio di pace degli angeli a Betlemme, San Giovanni Paolo II annoverò il crescente numero di profughi tra le conseguenze di «una interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di “pulizie etniche”», che avevano segnato il XX secolo. Quello nuovo non ha finora registrato una vera svolta: i conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre.

Ma le persone migrano anche per altre ragioni, prima fra tutte il «desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la “disperazione” di un futuro impossibile da costruire». Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti, non vive in pace. Inoltre, come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, «è tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale».

La maggioranza migra seguendo un percorso regolare, mentre alcuni prendono altre strade, soprattutto a causa della disperazione, quando la patria non offre loro sicurezza né opportunità, e ogni via legale pare impraticabile, bloccata o troppo lenta.

In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano.

Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro. Alcuni le considerano una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace.

Società multietnica con tendenze xenofobe

“Potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre idee, che rimarranno ancora più belle per le generazioni a venire”


André Gide diceva: “Meno è intelligente il bianco, più gli sembra che sia stupido il negro”. Il razzismo, prima ancora che essere una mancanza di umanità, è una mancanza di intelligenza. Quando in Italia eravamo solo italiani ed eravamo noi a emigrare, ci vantavamo di non essere razzisti. Appena, però, il nostro Paese si è timidamente avviato verso una società multietnica, presto abbiamo rivelato insospettabili tendenze xenofobe.

Considerando ogni immigrato come un deviante per definizione, abbiamo trovato comodo scaricare sugli ospiti qualsiasi colpa infamante. Così le nostre carceri si sono riempite di stranieri costretti a delinquere per sopravvivere, ma soprattutto di stranieri in attesa di giudizio, sospettati per il solo fatto di essere stranieri. Eppure anche noi, accanto a gangster tipo Al Capone e Lucky Luciano, esportammo giovani come Sacco e Vanzetti, accusati ingiustamente e giustiziati senza colpa. Prima di morire, parlando dei suoi accusatori, Nicola Sacco scriverà al figlio: “Potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre idee, che rimarranno ancora più belle per le generazioni a venire”. E Bartolomeo Vanzetti dirà: “Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, non augurerei a nessuno ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e davvero io sono un italiano”.

Gli immigrati in Italia sono molto meno degli immigrati in Germania o in Francia, eppure la nostra xenofobia ha preso corpo e si è fatto partito politico più che nei Paesi confinanti, ingigantendo il fenomeno e agitandolo come un immenso spettro. Secondo una scrupolosa ricerca dell’Ipsos Global @dvisor, la maggioranza degli italiani crede che gli immigrati siano il 30% dei residenti, mentre sono solo il 7%. La xenofobia è più marcata proprio nelle regioni come il Veneto dove la povertà ha regnato fino a pochi anni fa, costringendo milioni di veneti poveri a trasferirsi in Brasile, dove, non a caso, nel Rio Grande do Sul esistono città che si chiamano Nuova Venezia o Nuova Vicenza.

Solo una politica di integrazione può evitarci la sorte dei bianchi sudafricani che, impegnati per anni in un cocciuto apartheid crudele e autolesionista, hanno dovuto poi cedere per sconfitta ciò che potevano riconoscere per lungimiranza.

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