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La povertà di Francesco d’Assisi

Francesco, infatti, non vuole essere soltanto povero, ma conforme a Cristo

di Enrico Menestò
La povertà di Francesco d’Assisi

La povertà di Francesco d’Assisi

Come è noto la vocazione di Francesco d’Assisi trovò subito un nome preciso che l’avrebbe caratterizzata per sempre: la povertà come perfetta imitazione di Cristo.

di Enrico Menestò/storico

La povertà di Francesco ha, dunque, un suo specifico e preciso volto, è una scelta essenzialmente evangelica; essa non precede ma segue la scelta primaria di totale adesione al Cristo. Francesco, infatti, non vuole essere soltanto povero, ma conforme a Cristo: la sequela Christi – come dimostra la sua biografia dopo la conversione – è lo spogliarsi dei beni, è il non sentirsi padrone di alcunché, è la rinuncia a qualsiasi avere, dal momento che ogni forma di possesso può essere strumento o simbolo di potere. I suoi fratres Minores sono tali non tanto perché non possiedono nulla, perché sono completamente privi di qualsiasi elemento di supremazia; essi potranno e dovranno subire il dominio degli altri, ma non potranno, a loro volta, esercitare il dominio su nessuno. La vera povertà dinanzi agli uomini consiste nell’incapacità di difendersi di fronte alla violenza, alla aggressività del potere, in primo luogo quello della ricchezza. Ogni emarginazione nasce dalla violenza, ed ogni violenza produce emarginazione. Francesco propone uno modello di vita cristiana in cui l’espressione terrena non sia il potere, ma il suo rifiuto.

Tuttavia, la povertà di Francesco è non solo una condizione storica, è anche e soprattutto una condizione mistica e come tale totalizzante; «non è il desiderio della contemplazione, è il segno ben più alto della sua totale identificazione a Dio mediante il Figlio incarnato, nella stessa carne del Figlio, nell’umanità di lui, nella sua non-divinità» (Claudio Leonardi). La povertà di Francesco è certamente l’abbandono dei beni terreni e dei beni storici, perché lontani e diversi da Dio, ma è anche il mezzo per identificarsi con il Dio che ha rinunciato a mostrare la sua divinità per apparire nella debolezza della carne. La povertà di Francesco è il desiderio di un Dio anche uomo, è il segno della divinità presente in terra, della sua manifestazione nella storia. È più dell’amore, è il suo compimento, il farsi e il divenire uguali a Dio.

  Francesco vive il totale spoliamento di sé, nell’assoluta consapevolezza che povero è colui che ha perduto se stesso nella totale identificazione mistica con il divino. In lui, grazie alla perfetta imitazione del suo modello, è infatti una straordinaria forza carismatica, che lo fa apparire ai contemporanei come la reincarnazione di Gesù di Nazareth. Francesco diventa altro Cristo perché imita il Cristo nella sua sofferenza; egli si spoglia di tutto e riceve le stimmate per essere uguale al Dio fatto uomo.


Enrico Menestò

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