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La festa delle stimmate di san Francesco

di Cristina Siccardi
La festa delle stimmate di san Francesco
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Quando san Francesco scoprì che soltanto nel silenzio, nella preghiera, nei Sacramenti si può stare in comunione stretta con Dio, egli prese ad ambire alla solitudine eremitica, quindi divenne per lui un’abitudine ritirarsi, come Gesù, nei luoghi solitari.

Aveva ben presente, come ogni uomo di Dio, che ogni apostolato è sterile se non sostenuto da una crescita spirituale della propria vita interiore. Diversi luoghi dell’Umbria, della Toscana, del Lazio ospitarono i ritiri spirituali del Poverello di Assisi. Il Monte della Verna era uno di questi romitori ed era quello da lui prediletto, così descritto da Dante: «nel crudo sasso intra Tevero e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno» (Paradiso, Canto XI, 106-108).

Il «crudo sasso» si trova sulla sommità del monte, costituito da nuda roccia, a strapiombo, simile ad una fortezza umanamente inespugnabile, come l’anima di San Francesco. Una leggenda narra che la profonda e visibile fenditura, con enormi blocchi di roccia sospesi, si sia generata in seguito al terremoto avvenuto alla morte di Gesù sul Golgota. Fu il Conte Orlando da Chiusi di Casentino, che venerava Frate Francesco, a donargli quel sito, dove i francescani costruirono una piccola capanna.

Un giorno, desideroso di conoscere il volere di Dio su di lui,il soldato di Cristo chiese ai confratelli, più vicini e partecipi della sua mistica vita, di tenere a distanza le tante perone che si recavano con devozione da lui ogni giorno, perché desiderava «occuparsi solo di Dio e purificarsi dalla polvere del mondo che eventualmente l’avesse contaminato nel suo stare con gli uomini», come ci rivela il coevo e francescano fra’ Tommaso da Celano, nella Vita Prima di San Francesco d’Assisi (Cap. II, parte II, 479,91), commissionata da Papa Gregorio IX; oppure, come spiega san Bonaventura da Bagnoregio: «dopo essersi impegnato, secondo l’esigenza dei tempi e dei luoghi, a procacciare la salvezza degli altri, lasciava la folla col suo chiasso e cercava la solitudine, col suo segreto e la sua pace: là, dedicandosi più liberamente a Dio, detergeva dall’anima ogni più piccolo grano di polvere, che il contatto con gli uomini vi avesse lasciato.» (Legenda major, Cap. XIII, 1222, 1).

Resettiamo completamente l’immagine di san Francesco che di lui viene fatta dalla nuova Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II, dai francescani di ultima generazione, da Papa Francesco (si veda l’enciclica Laudato sì sulla cura della casa comune, 24 maggio 2015), in pratica dai pacifisti, dagli ecologisti, ambientalisti, animalisti… ed entriamo nel romitaggio e nel sacrario dell’autentico San Francesco, quello autobiografico e quello trasmesso da coloro che furono al suo stretto fianco.

Nell’ambiente eremitico dove si trovava nel 1224, due anni prima del suo dies natalis, per pregare e digiunare 40 giorni in onore di San Michele Arcangelo, depose sull’altare il libro dei Vangeli e dopo aver molto meditato e implorato Dio di fargli conoscere il Suo volere sulla sua persona, una voce divina gli rivelò che, all’apertura  del Sacro testo, gli sarebbe stata indicata la strada da seguire: «la prima cosa sulla quale si posarono i suoi occhi», racconta il biografo, «fu la passione di nostro Signor Gesù Cristo, ma solo nel tratto in cui viene predetta. Per timore che si trattasse di un caso fortuito, chiuse e riaperse il libro una seconda e una terza volta, e risultò sempre un passo uguale o somigliante. Il servo di Dio che era pieno dello Spirito di Dio, capì allora che sarebbe entrato nel Regno dei Cieli solo attraverso innumerevoli tribolazioni, angustie e lotte» (T. da Celano, Vita Prima di San Francesco d’Assisi, Cap. II, 483, 93).

San Francesco era stato un cavaliere, prima della conversione, e cavaliere di spirito cristiano-medioevale continuò ad esserlo anche dopo, ma non più al servizio degli uomini, bensì di Cristo. Perciò, quando seppe che la Passione sarebbe stata la via da perseguire, non si turbò e ne fu lieto, anche perché gli «riusciva più facile compiere le cose più perfette che predicarle, poiché più che alle parole che rivelano la virtù ma non fanno l’uomo virtuoso, impiegava tutte le sue forze in opere sante.» (Ibidem).

Il 14 settembre, «all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della Santa Croce» (Bonaventura da Bagnoregio, op. cit., Cap. XIII, 1225,3), chiuso nel romitorio del Monte della Verna, San Francesco ebbe una visione. Gli apparve un uomo in forma di Serafino, con sei ali, il quale librava sopra di lui, con le mani distese ed i piedi uniti, confitto ad una croce.

Due ali si prolungavano sopra il capo, due erano dispiegate per volare, mentre le altre gli coprivano il corpo. San Francesco era rapito e provava una indescrivibile gioia a ragione del bellissimo e dolce sguardo che il Crocifisso dirigeva verso di lui. Contemporaneamente, però, aveva terrore nel vedere il serafico Cristo inchiodato alla croce «nell’acerbo dolore della passione» (Tommaso da Celano, op. cit.,Cap. III, 484, 94).

Terminata la divina visione, in un misto di gaudio e di angoscia, di preoccupazione e di incertezza, tentava di comprenderne il significato, quando vide nelle sue mani e nei suoi piedi gli stessi segni dei chiodi dell’apparizione.

Registra il suo primo biografo: «Le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Quei segni poi erano rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell’esterna, e formavano quasi una escrescenza carnosa, come fosse punta di chiodi ripiegata e ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava, bagnando di quel sacro sangue la tonaca […]» (Ivi, Cap. III, 485,95).

San Bonaventura nella Legenda major commenta sinteticamente e in modo mirabile le cinque piaghe del Crocifisso impresse in Francesco: «Così il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nella immagine stessa dell’amato.» (Cap. XIII, 1228, 5).

Adoperatosi per salvare anime come Cristo e per salvare la Chiesa a quel tempo confusa e insidiata dalle eresie, verso la fine della sua vita, san Francesco è pronto a conformarsi in tutto e per tutto al Crocifisso. Adesso conosce perfettamente e sensibilmente la volontà di Dio: lui deve passare attraverso la Passione e sentire nella sua carne i dolori di Cristo per essere fedele e degno partecipe dell’opera redentiva del Salvatore.

Tanto è grande l’evento per la Chiesa tutta accaduto a san Francesco che, dal Pontificato di Benedetto XI (1303-1304), ne viene fatta memoria liturgica il 17 settembre. Finché i pastori della Chiesa del nostro tempo non torneranno al Crocifisso per quello che è, per quello che insegna e per quello che rappresenta, essi non potranno comprendere né la vita, né le piaghe di san Francesco. (www.corrispondenzaromana.it).



Cristina Siccardi

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