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L’arte, la Natività, San Francesco e la croce

Nel corso dei secoli la nascita di Gesù è stata un soggetto che l’arte ha frequentato con passione e assiduità

di Redazione online
L’arte, la Natività, San Francesco e la croce
Credit Foto - Vatican Insider

(VATICAN INSIDER - CRISTINA UGUCCIONI)

Gesù poteva venire nel mondo in molti modi: «poteva venire spettacolarmente o come un guerriero, un imperatore…», invece «viene come un figlio di famiglia, in una famiglia», diceva Papa Francesco in una catechesi. «Dio ha scelto di nascere in una famiglia umana» stringendo un legame irreversibile con le Sue creature. Ha scelto di passare da lì, dal grembo di una ragazza. Nella generazione si compie qualcosa di decisivo per l’umano. 

 

Nel corso dei secoli la nascita di Gesù è stata un soggetto che l’arte ha frequentato con passione e assiduità. Con Vatican Insider ripercorre gli snodi di questa storia monsignor Timothy Verdon, docente di storia dell’arte alla Stanford University e direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

Fra le opere dell’antichità raffiguranti la nascita di Gesù quale ritiene particolarmente significativa per comprendere la storia della raffigurazione di questo soggetto? 



«Il mio pensiero corre al rilievo di un sarcofago cristiano del IV-inizi del V secolo, conservato al Musée Départemental de l’Arles Antique, ad Arles, grande centro romano e successivamente paleocristiano della Francia. Sul sarcofago la nascita di Gesù è rappresentata con altri episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento: sono raffigurati infatti i magi che indicano la stella e due scene che ci consentono di comprendere quale storia avrà la raffigurazione della Natività: nella prima scena, sulla sinistra, si vedono Giosuè e Mosè che sul monte riceve le tavole della Legge: ciò esprime la chiara volontà, specificamente teologica, di collegare la natività a quanto scrive san Paolo nella Lettera ai Galati: «Dio mandò il suo figlio, nato da donna, nato sotto la Legge» (4,4). Nella seconda scena, a destra, vi è Abramo che sta per sacrificare Isacco e viene fermato dall’angelo, un richiamo a quanto affermato nella Lettera agli Ebrei, dove si legge: «Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, O Dio, la tua volontà’» (10,5-7). Isacco è stato risparmiato, mentre Cristo, che è venuto nel mondo per salvare la grande famiglia umana, ha offerto tutto se stesso, sino alla morte in croce. Nelle raffigurazioni della Natività dei primi secoli la nascita di Cristo è strettamente legata alla Passione: emerge l’evidente volontà degli artisti – o meglio, della Chiesa che ha guidato gli artisti nell’articolazione iconografica del soggetto – di raffigurare l’evento della nascita senza mai separarlo dal mistero della salvezza, dall’intera storia del Salvatore». 

Può indicare altre opere nelle quali si evidenzia questa impostazione? 

«Ne segnalo una, molto importante: un’opera di oreficeria risalente all’inizio del IX secolo, conservata nei Musei Vaticani: la croce di Pasquale I. Il ciclo dell’infanzia – dall’Annunciazione alla presentazione al Tempio – è narrato con piccole scene in smalto situate all’interno della croce: la nascita di Gesù si trova proprio all’incrocio delle braccia del manufatto, il quale – va ricordato – è una stauroteca ossia un reliquario per frammenti della vera Croce. Una delle più dettagliate raffigurazione del ciclo della natività del primo Medioevo si trova dunque proprio all’interno di una croce: la nascita del Bambino è letteralmente vista in rapporto alla Sua morte. Nel IX secolo è quindi ancora presente e forte l’impostazione teologica di cui parlavo poc’anzi, che rifiuta di separare la nascita di Gesù, con tutta la dolcezza e la tenerezza che ad essa si accompagnano, dalla morte violenta cui il Figlio andrà incontro per amore. Nel corso dei secoli, questa impostazione, che pure muterà, non sarà mai del tutto abbandonata: nel XV secolo, ad esempio, un artista come Pesellino dipinge sulla medesima tela – esposta alla National Gallery di Londra – da una parte i magi che portano i doni a Gesù bambino in grembo a Maria e, dall’altra, Cristo in croce». 

Reliquiario della vera Croce, Croce di Pasquale I, Musei Vaticani, Museo Cristiano (Foto © Musei Vaticani) 

In quale epoca l’impostazione da lei descritta inizia a mutare? 

«Nell’epoca di san Francesco di Assisi, uno dei grandi protagonisti di questa svolta: la Natività comincia ad essere rappresentata in un modo più storico e anche più sentimentale. Con il presepio di Greccio, nel Natale del 1223, Francesco enfatizza per il popolo di questa piccola località gli aspetti umani della natività. Segno oltremodo eloquente di questa svolta è un affresco di Giotto nella Basilica Superiore di Assisi risalente agli anni Novanta del Duecento: raffigura appunto Francesco che, a Greccio, depone il bambino nel presepio e parla con lui: i due si guardano intensamente. Intorno vi sono i frati che cantano, gli uomini di Greccio che guardano con stupore e il prete sull’altare che si gira osservando il gesto di Francesco e dalla sua espressione pare quasi dire: “Io all’altare rendo presente il corpo di Cristo mentre Francesco, con questo presepio, sta facendo la medesima cosa in modo più drammaticamente intenso”. Attraverso la porta aperta del tramezzo vediamo entrare le donne – le sole che sanno cosa significhi dare alla luce un figlio – che guardano con commossa partecipazione Francesco e il bambino e si avvicinano passando sotto una croce. È dunque ancora presente il rimando alla Passione, ma in questo affresco ad essere in primo piano è l’intera gamma di sentimenti che i fedeli vivono a Natale: lo stupore, la meraviglia, la lode, l’adorazione. Nell’affresco Giotto mostra anche, poggiato sul tramezzo, l’ambone e ciò perché, secondo le fonti francescane, prima di deporre il bambino nella mangiatoia, Francesco si rivolse al popolo durante la messa di Natale: Tommaso da Celano racconta che il santo di Assisi parlò del Bambino con voce rauca a causa dell’emozione, insistendo su piccoli particolari (ad esempio, il freddo) per rinfocolare la devozione dei fedeli». 

Giotto, Storie di San Francesco: Il presepe di Greccio, Basilica Superiore di Assisi (foto: Archivio fotografico del Sacro Convento di San Francesco in Assisi. A questo affresco è dedicata una mostra online )

Cosa accade nei secoli successivi? 

«Dalla fine del Duecento gli artisti iniziano a creare una lunga serie di Natività molto commoventi, che enfatizzano gli aspetti umani della nascita. In moltissime opere, però, compare sempre un qualche rimando alla morte di Cristo. Penso ad esempio alla Natività dipinta alla fine degli anni Trenta del Quattrocento dal Beato Angelico nel convento di San Marco, a Firenze, nella quale la nascita di Gesù è ambientata in un paesaggio scuro e in certo modo minaccioso quasi a ricordare che la tenerezza del momento della nascita fa parte di una storia drammatica che culminerà con la morte del Signore. Alla fine del Quattrocento, Domenico Ghirlandaio dipinge la Natività nella chiesa di Santa Trinità, a Firenze, e la mangiatoia dell’asino e del bue è un antico sarcofago romano. Molti artisti quindi non ci permettono di dimenticare che la nascita di Gesù prelude all’offerta di Sé che raggiungerà il suo culmine sulla croce. Eppure, in queste opere del Quattrocento, l’enfasi è posta sull’umanità dei protagonisti, sulla tenerezza, sull’amore di Maria per il Bambino, sul commosso stupore dei Pastori. Nei secoli successivi non mancano raffigurazioni della Natività che escludono rimandi teologici alla morte e si concentrano esclusivamente sullo stupore e la meraviglia: penso alle Natività del francese Georges de La Tour e dell’olandese Rembrandt e a molte altre che oggi finiscono sui biglietti di auguri natalizi. Riassumendo: all’inizio della grande tradizione iconografica cristiana e per buona parte del suo sviluppo, la Natività è indisgiungibile dalla vita di Cristo e dalla Sua morte. Si può dire che le opere ci obbligano a considerare la Natività all’interno del ciclo liturgico e ciò è comprensibile dal momento che queste immagini nascono per la chiesa e nella chiesa e quindi al servizio del cristianesimo comunicato alle persone attraverso il ciclo liturgico. Ogni cristiano che va regolarmente a messa sa bene che il Natale prelude alla Pasqua».

Quale Natività le è più cara? 

«Direi quella del veneziano Giovanni Bellini, esposta alla National Gallery di Londra, nota come “Madonna del prato”, un’opera degli inizi del Cinquecento che riassume magnificamente sia la tradizione antica, che sottolinea il destino di morte del Bambino, sia la tradizione francescana e moderna che enfatizza la tenerezza dell’evento e l’umanità dei protagonisti. In questo dipinto, Maria, giovane donna, è ritratta seduta su un prato e tiene sulle gambe il Bambino che dorme, una chiara allusione alla morte che lo attende. Nel volto della Madre, così giovane e fresco, si coglie il presentimento di quella spada che le trafiggerà l’anima (profetizzata da Simeone), la dolorosa consapevolezza della sofferenza cui è destinato Gesù. Questo dipinto, con il Bambino in una posizione di totale abbandono, è una Pietà». 

Per quali ragioni il soggetto della Natività è stato quasi sostanzialmente ignorato nel secolo scorso? E perché, al contrario, la Passione ha goduto di un favore enorme tra gli artisti? 

«Già nell’Ottocento la nascita di Gesù è un soggetto che compare con minor frequenza e ciò accade per diverse ragioni: sia perché la Chiesa non riesce a entrare in dialogo – pienamente e in modo soddisfacente – con la modernità e vive una sofferenza che la porta a prediligere, in campo artistico, la raffigurazione della Passione di Cristo, sia perché, entrando nella modernità, essa si rende conto che alcuni momenti della vita del Signore sono più universalmente intellegibili di altri: tutti gli uomini del Novecento (e anche quelli della nostra epoca) sanno cosa sia la sofferenza e colgono nel Cristo crocifisso il simbolo dei patimenti e delle ingiustizie patite dall’essere umano mentre i Vangeli che fanno riferimento alla nascita, con il loro stile quasi fiabesco, sembrano meno credibili ai loro occhi». 

Nelle società occidentali della nostra epoca – insidiate da un dilagante individualismo autoreferenziale, dominate dal diktat dell’autorealizzazione, del farsi da sé e per sé godendo solo di sé, senza vincoli né debiti con alcuno – la scarsa attenzione riservata dagli artisti al tema della Natività può essere anche dovuta a una sorta di più generale diffidenza verso l’evento della nascita, che obbliga a riconoscersi figli, dipendenti da altri e dalle loro cure, radicalmente incapaci di “farsi da sé”? 

«Certamente. La nascita implica l’affidarsi del bambino ai genitori e la responsabilità dei genitori ad accoglierlo ascoltando i sentimenti materni e paterni più profondi che albergano in loro. Questi sentimenti, che per secoli sono stati centrali nella vita di ogni essere umano, oggi sono appannati: anzi, direi addirittura guardati con molto sospetto».


Redazione online

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