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Il Papa dichiara santi Montini e Romero

È festa grande in piazza San Pietro, e la canonizzazione viene celebrata nel mezzo del Sinodo sui giovani

di ANDREA TORNIELLI
Il Papa dichiara santi Montini e Romero
Credit Foto - ANSA/GIUSEPPE LAMI

«Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare le ricchezze, le nostalgie di ruoli e poteri». Questo fanno coloro che donano la loro vita seguendo Cristo e passano «dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale». Di questo sono stati esempio i sette nuovi santi canonizzati da Francesco. Tra di loro Papa Paolo VI, che resta il Pontefice al quale maggiormente s'ispira Bergoglio, e l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero, assassinato mentre celebrava la messa, e a lungo guardato con distacco e persino con qualche sospetto anche dalle autorità vaticane per la sua coraggiosa predicazione in favore dei poveri e dei perseguitati al tempo in cui in Salvador come in altri Paesi latinoamericani comandavano regimi militari di destra.

 

Francesco utilizza per la celebrazione il Calice, il pallio (la striscia di lana ornata di croci nere che simboleggia la pecora portata dalle spalle dal Buon Pastore) e il pastorale di Paolo VI. E porta anche il cingolo, la cintura di corda che cinge il camice bianco, che ancora porta le tracce di sangue dell'arcivescovo martire Oscar Romero.

 

È festa grande in piazza San Pietro, e la canonizzazione viene volutamente celebrata nel mezzo del Sinodo sui giovani in corso in Vaticano. Oltre a Papa Montini (1897-1978) e a Romero (1917-1980), Francesco ha proclamato santi don Francesco Spinelli (1853- 1913), fondatore dell’Istituto delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento; don Vincenzo Romano (1751-1831); Maria Caterina Kasper (1820-1898), fondatrice dell’Istituto delle Povere Ancelle di Gesù Cristo; Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù (1889-1943), fondatrice della Congregazione delle Suore Misioneras Cruzadas de la Iglesia e il laico diciannovenne Nunzio Sulprizio (1817-1836).

 

«La tristezza - ha detto il Papa nell'omelia - è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: “È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo cantoˮ. Gesù oggi ci invita - ha detto Francesco - a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino».

 

Una testimonianza in questo senso l'hanno data tutti i santi oggi proclamati. «Paolo VI - ha detto Il Papa - sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome», come lui «ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri». Papa Montini, «anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente». 

 

«Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere - ha aggiunto Francesco - a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia monsignor Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli». 

 

«Lo stesso possiamo dire - ha aggiunto il Papa - di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù; e del nostro ragazzo, Nunzio Sulprizio, il santo coraggioso umile, che ha saputo seguire Gesù nella sofferenza. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi».

 

Commentando il Vangelo del giorno, l'incontro tra Gesù e il giovane ricco, il Papa ha chiesto a ciascuno dei presenti di immedesimarsi nella figura di quel giovane e ha detto: «Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti». 

 

«Ancora Gesù dice: “Vendi quello che hai e dallo ai poveriˮ. Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare».

 

Bergoglio ha citato le parole di san Paolo: «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali». E ha aggiunto: «Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo. Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente». 

 

Al giovane ricco il Nazareno «chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”». Il giovane è chiamato a scegliere: «O amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo; o vivrà per amare o vivrà per sé. Chiediamoci da che parte stiamo... Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo?».

 

«Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare le ricchezze, le nostalgie di ruoli e poteri, le strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di “autocompiacimento egocentricoˮ: si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti».

Presenti alla cerimonia i presidenti della Repubblica italiana, del Cile, del Salvador, di Panama e la regina Sofia di Spagna. 


Al termine della messa, prima dell'Angelus, Francesco ha rivolto «un pensiero speciale a sua grazia Rowan Williams e alla delegazione dell'arcivescovo di Canterbury» presente in piazza San Pietro: l'arcivescovo martire Romero è infatti molto venerato dalla Chiesa d'Inghilterra e non è inusuale ritrovare sue immagini o statue nelle chiese anglicane. Il Papa ha anche salutato in modo particolare il folto numero delle ACLI, ricordando il loro legame con san Paolo VI. (Vatican Inisider).



ANDREA TORNIELLI

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