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I Papi, la Chiesa e la pena di morte

Gli appelli di Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio all’abolizione di una pratica ancora diffusa nel mondo. Quel testo del Catechismo modificato dopo appena cinque anni

I Papi, la Chiesa e la pena di morte
Credit Foto - Ansa - OSSERVATORE ROMANO

C’è stato un tempo in cui la Chiesa era favorevole alla pena di morte. «Rientra nei poteri della giustizia condannare a morte una persona colpevole. Tale potere, esercitato secondo la legge, serve di freno ai delinquenti e di difesa agli innocenti», si leggeva nel Catechismo del Concilio di Trento (1545-1563). Che proseguiva: «Emanando una sentenza di morte i giudici non soltanto non sono colpevoli di omicidio, ma sono esecutori della legge divina che vieta appunto di uccidere colpevolmente. Fine della legge, infatti, è tutelare la vita e la tranquillità degli uomini; pertanto i giudici, che con la loro sentenza puniscono il crimine, mirano appunto a tutelare e a garantire, con la repressione della delinquenza, questa stessa tranquillità della vita garantita da Dio».

Da allora la direzione - come anche la mentalità e il diritto comune - si è totalmente invertita e tutti gli ultimi i Papi del Novecento hanno stigmatizzato questa pratica che ancora oggi è diffusa in molti paesi di Africa e Medio Oriente come pure degli Stati Uniti (secondo l’ultimo rapporto Amnesty sono 18848 le persone ancora oggi nel braccio della morte), ribadendo la stima per la dignità di ogni uomo qualunque reato esso abbia compiuto.

Non ultimo Papa Francesco che ha definito la pena capitale «un affronto all’inviolabilità della vita e della dignità della persona umana che contraddice il disegno di Dio sull'uomo, la società e la sua giustizia misericordiosa». Essa è quindi «inammissibile», ha affermato il Pontefice argentino, che per il Giubileo della Misericordia aveva lanciato un appello ai governanti di tutti il mondo perché fermassero l’esecuzione delle sentenze durante l'Anno Santo.

Ma prima di arrivare alla posizione così netta di Bergoglio, bisogna ricordare le modifiche e le precisazioni o, forse, sarebbe meglio parlare dei perfezionamenti dell’insegnamento della Chiesa su questo delicato punto formulato una prima volta nell’edizione del Catechismo pubblicata nel 1992 - di cui oggi il Papa ha celebrato il 25esimo anniversario dalla promulgazione per volontà di Giovanni Paolo II - in cui il passaggio 2266, parlando della pena di morte, riportava testualmente: «A questo titolo, l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte».

Si trattava tuttavia di una prima stesura che quasi si potrebbe definire “ufficiosa”, pubblicata in francese e subito tradotta in diverse lingue. Questa fu presto superata dopo neanche cinque anni. Il testo ufficiale in latino del Catechismo è infatti quello pubblicato nel 1997, approvato in forma definitiva da Wojtyla con la lettera apostolica Laetamur Magnopere , in cui è scritto: «L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani».

«Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone - si legge ancora - l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti» (CCC 2267).

Come si può notare, il Catechismo riferisce «l’insegnamento tradizionale della Chiesa». Ma subito aggiunge: «Se i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune quanto è sempre stato insegnato dalla Chiesa».

Fu San Giovanni Paolo II ad esprimere, tuttavia, la nuova “sensibilità” della Chiesa sul tema. Nel messaggio del Natale 1998 il Papa polacco auspicava la crescita del consenso sulle misure in favore dell’uomo e, tra quelle più significative, indicava quella di «bandire la pena di morte». Un mese dopo, durante la visita pastorale negli Stati Uniti d’America del gennaio 1999, Wojtyla - che del «diritto di ogni esser umano alla vita, dal concepimento fino alla morte naturale» aveva fatto uno dei baluardi del suo pontificato - affermò chiaramente: «La dignità della vita umana non deve essere mai negata, nemmeno a chi ha fatto del grande male. La società moderna possiede gli strumenti per proteggersi, senza negare ai criminali la possibilità di ravvedersi». Di qui l’invito ad «abolire la pena di morte, che è crudele e inutile».

Sulla stessa scia Benedetto XVI, nel Compendio del Catechismo pubblicato nel 2002, affermava infine: «La pena inflitta deve essere proporzionata alla gravità del delitto. Oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessità di pena di morte sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti. Quando i mezzi incruenti sono sufficienti - scriveva l’attuale Papa emerito - l’autorità si limiterà a questi mezzi, perché questi corrispondono meglio alle condizioni concrete del bene comune, sono più conformi alla dignità della persona e non tolgono definitivamente al colpevole la possibilità di redimersi». (Salvatore Cernuzio - Vatican Insider)



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