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Catania, Sant’Agata e l’amore di un popolo per la sua santa patrona.

di Antonio Tarallo
Catania, Sant’Agata e l’amore di un popolo per la sua santa patrona.
Credit Foto - Ansa - ORIETTA SCARDINO

Nell’immaginario collettivo Agata, Sant’Agata, non può che essere legata ad una città, Catania. La bella e ruspante Catania. Città siciliana, dal sole cocente, dal fuoco ardente del cuore della gente, quasi metafora di quel fuoco, del magma sotterraneo dell’Etna. E, in certa misura, i due nomi, quelli di Sant’Agata e del famoso vulcano italiano – secondo solo al Vesuvio, per storia e grandezza – sono anch’essi assai collegati, da una tradizione popolare che li lega, in questo giorno di festa.


Questa si svolge, in una sorta di triduo di preparazione, che coinvolge la città di Catania, di cui Sant’Agata è patrona. Si svolge, tutti gli anni, dal 3 al 5 febbraio. La ricorrenza di febbraio è legata al martirio della santa catanese, mentre c’è altra data di festa che la città siciliana comunque sente profondamente, quella del 17 agosto che – invece – ricorda il ritorno a Catania delle sue spoglie, dopo essere state trafugate e portate a Costantinopoli dal generale bizantino Giorgio Maniace, come bottino di guerra. Ogni anno Catania offre alla sua patrona una festa straordinaria che tanto ricorda quelle della Settimana santa di Siviglia o del Corpus Domini di Cuzco, in Perù. Devozione e folklore, in una festa a cui accorrono non solo i cittadini, ma un enorme numero di turisti – circa un milione di persone – tra devoti e curiosi. Il primo giorno è riservato all’offerta delle candele.

Una suggestiva usanza popolare vuole che i ceri donati siano alti o pesanti quanto la persona che chiede la protezione. Due carrozze settecentesche, che un tempo appartenevano al senato che governava la città, e undici "candelore", grossi ceri rappresentativi delle corporazioni o dei mestieri, vengono portate in corteo. E, in ultimo, non possono mancare i fuochi artificiali. Passiamo al secondo giorno, il più carico di emozioni: segna il “primo incontro” della città con la santa Patrona.

I più devoti cittadini vestono il tradizionale "sacco", camice votivo di tela bianca, un berretto di velluto nero, guanti bianchi. Bianchi come il fazzoletto che tengono in mano. Questo, in ricordo dell’abbigliamento che i catanesi indossarono, nel lontano 1126, per andare incontro alle reliquie che Gisliberto e Goselmo riportarono da Costantinopoli. Ma l’originario camice da notte, nei secoli, si è arricchito anche del significato di veste penitenziale: secondo alcuni l’abito di tela bianca è la rivisitazione di una veste liturgica, il berretto nero ricorderebbe la cenere di cui si cospargevano il capo i penitenti e il cordoncino in vita rappresenterebbe il cilicio. In questo giorno, il viso sorridente e tranquillo di sant’Agata si affaccia dalla cameretta, nel crescente fervore dei fedeli impazienti di rivederla. Il busto tutto luccicante di oro, impreziosito di gemme, viene issato sul fercolo d’argento rinascimentale, foderato di velluto rosso, il colore del sangue del martirio, ma anche il colore dei re.

Finalmente la santa è pronta a incontrare il suo “amato”: il popolo catanese. Ultimo giorno, il cinque febbraio. I garofani rossi, gettati alla santa, il giorno precedente e simboleggianti il martirio, vengono sostituiti da quelli bianchi. Simbolo di purezza. In cattedrale viene celebrato il pontificale. AI tramonto, avviene una processione che si snoda per le vie del centro di Catania, attraversando anche il "Borgo".  Il passaggio per la via di San Giuliano, è il clou di tutta la processione. Punto pericoloso per la sua pendenza. E’ una vera e propria prova di coraggio per i "cittadini", interpretata anche come segno celeste di buono o cattivo auspicio per l’intero anno. Se il famigerato “ostacolo” verrà superato la città di Catania, non temerà nessuna eruzione del vulcano. I festeggiamenti hanno termine solo all'alba del sei febbraio, quando le reliquie giungono in via Crociferi. La Santa saluta la città prima della conclusione definitiva dei festeggiamenti. La notte tra il cinque e il sei si carica di poesia, di devozione vera e di silenzio, interrotto soltanto dal grido “Viva Sant'Agata”.



E, come il nostro Paese insegna da tempo, non poteva mancare l’arte culinaria di questo periodo. Non solo la famosa “calia” e “simenza” – presenti in ogni festa, a Catania – sono sopra le tavole imbandite dei catanesi, ma anche dei dolci preparati per l’occasione. Stiamo parlando dei famosi “Cassateddi di Sant'Aita”, o ancor più diffuse, delle “Olivette”. Tutti dolciumi che fanno riferimento ai seni che furono strappati alla santa, durante i martiri a cui venne sottoposta, per obbligarla ad abiurare la sua fede.



Ma quale fu la vita condotta da Sant’Agata? A quale martirio si riferisce tutta questa festa? I documenti che parlano del suo martirio, non parlano dei natali della santa. Tuttavia, indicano alcuni indizi sulla sua natività a Catania. Giovane vissuta nel III secolo, Agata, è stata una delle martiri più venerate dell'antichità cristiana. Messa a morte durante la persecuzione di Decio (249-251) a Catania, per non avere mai tradito la professione della sua fede cristiana, la giovane fuggì con la famiglia a Palermo, ma il proconsole Quinziano, scovò lei e la sua famiglia, e li fece tornare a Catania. Quinziano s'invaghì della giovinetta e, saputo della sua consacrazione verginale, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e adorare gli déi pagani.

Avvenne, allora, un processo, tenutosi al palazzo pretorio. La tradizione ha tramandato i dialoghi tra il proconsole e la santa.  Da questi, si evince che molto probabilmente Agata fosse assai preparata in dialettica e retorica, due discipline dell’arte oratoria del tempo. Tra le torture a cui fu sottoposta, vi fu il taglio dei suoi seni con le pinze.  Ma la santa non cedette. E, allora, solo dopo altre sevizie, la giovane Agata, fu poi condannata ad essere bruciata sul rogo, ma un terremoto la salvò anche da quel destino. Condotta in prigione, morì – secondo la Legenda Aurea – “nell'anno di nostro Signore 253 al tempo di Decio, l'imperatore di Roma”.



Antonio Tarallo

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