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Antonio di Padova, Dottore della Chiesa nell’Oggi digitale

A colloquio con la teologa Suor Mary Melone, Rettore Magnifico della Pontificia Università “Antonianum” di Roma

di Antonio Tarallo
Antonio di Padova, Dottore della Chiesa nell’Oggi digitale
Credit Foto - Agensir

FOCUS SANT’ANTONIO

 

“S’Antonio e Oggi. Un Santo che parla ancora a tutti noi”


Prima puntata

A colloquio con la teologa  Suor Mary Melone,

Rettore Magnifico della Pontificia Università “Antonianum” di Roma

“Antonio di Padova, Dottore della Chiesa nell’Oggi digitale”

Fra pochi giorni tutta la Chiesa celebra la Festa di uno dei Santi più venerati al Mondo: Antonio di Padova. Vogliamo, con queste “puntate” entrare nei “luoghi e sentimenti” del Santo per comprendere quanto ancora abbia da dirci oggi.

Iniziamo questo Focus con un dialogo con Suor Mary Melone, teologa, rettore dell’Antonianum di Roma. Prima donna nella Storia della Chiesa a ricoprire tale incarico. Chiamata per la commissione di studio sul diaconato femminile, da Papa Francesco.

Insigne studiosa dell’opera teologica del frate francescano (ha pubblicato “Camminare nella luce: sermoni scelti per l’anno liturgico” per le Edizioni Paoline, 2009).

A lei, alcune domande sul frate francescano, per meglio comprenderlo, scoprirlo, studiarlo, venerarlo.

“Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com'è prescritto nella regola”. Così S. Francesco a Sant’Antonio come augurio per il primo studentato francescano a Bologna, nel 1223.

In un’era, come questa, sempre più digitale e tecnologica, quanto – secondo Lei, e lo chiedo al Rettore di una delle Università francescane più importanti – è presente negli studenti religiosi di teologia questa condizione di “non contemplazione” che impervia nella velocissima società di ogni giorno?

Il rischio che lo studio venga frainteso nelle sue finalità è sempre presente e per questo motivo Francesco ricorda ad Antonio di impostare l’insegnamento in modo tale da custodire orazione e devozione. Lo studio, infatti, può diventare strumento di potere, di superiorità, e come tale diventa in sé stesso anti-evangelico. Nel nostro tempo, in cui l’accesso agli studi di ogni ordine e grado è apparentemente più facile, questo pericolo rimane comunque diffuso, e non è raro anche nelle università pontificie imbattersi in studenti che guardano ai titoli accademici come ad una garanzia per fare carriera. La visione francescana dello studio, che Antonio ha contribuito a sviluppare, privilegia invece la dimensione sapienziale, in cui studiare serve anzitutto ad apprendere l’ars cogitandi, è stimolo per un pensare critico che si mantenga strettamente legato all’esistenza e che sappia mettersi a servizio dell’altro che si incontra sulla propria strada.

S. Antonio è sicuramente uno dei Santi che maggiormente richiama la cosiddetta “devozione popolare”. Abbiamo nell’immaginario popolare il Sant’Antonio taumaturgo, abbiamo quello di serafica memoria –in una parola “buono” –, poi abbiamo il Santo col Bambino …e poi il famoso Santo del pane dei poveri…Ma c’è un aspetto che difficilmente viene alla mente di tutti, subito: quello di Dottore della Chiesa.

La domanda è questa: questa sorta di “lacuna” agiografica è una mancanza di “investimento”, diciamo così, da parte della Chiesa? Da parte delle stesse università che studiano il Santo e che non pongono l’accento su questo importante elemento? Mancanza di iniziative “popolari” in merito? E quali, allora, le possibile prospettive per colmare tale “vuoto”?

Antonio è stato proclamato dottore della Chiesa solo nel 1946 e questo conferma il fatto che la sua figura sia stata conosciuta più per i miracoli che non per il suo insegnamento. Le ragioni sono tante; una prima motivazione potrebbe essere legata alla riscoperta critica piuttosto recente dei suoi scritti: senza una fonte sicura, come è adesso la raccolta dei suoi Sermoni – che egli chiama in realtà opus evangeliarium – non era possibile conoscere e approfondire il suo pensiero.

Ma evidentemente questa è una delle tante ragioni. Potrebbe essere anche significativo, ad esempio, il fatto che esplicitamente non si trovino rimandi ad Antonio nelle opere di Bonaventura, che pure aveva assistito alla prima riesumazione del suo corpo quando era ministro generale dell’Ordine. Secondo alcuni, la ragione di questo silenzio potrebbe essere ricondotta al fatto che Antonio non segue il metodo argomentativo delle quaestiones, che era proprio degli Scolastici, apparendo perciò, per così dire, non propriamente “scientifico” e quindi non utilizzabile dai maestri successivi. In ogni caso, l’oblio della sua opera scritta ha indubbiamente contribuito a far sì che egli fosse ricordato e amato solo come taumaturgo e santo dei miracoli, del pane dei poveri, del Bambino Gesù.

 

Nei documenti preparatori al prossimo Sinodo dei Vescovi, è emersa l’esigenza di una comunicazione da parte della Chiesa, sempre più vicina ai giovani cercando di utilizzare soprattutto le nuove tecnologie.

Ora, Antonio, possiamo definirlo sicuramente un Santo “giovane”, sia per età anagrafica in cui agisce come religioso, sia per la sua visione “globale” ereditata dal francescanesimo. I viaggi intrapresi ne sono una testimonianza ben evidente. Quali potrebbero essere, allora, le vie percorribili per poter dare maggiore spazio a un Santo (che proprio assieme al Serafico Padre) ha incarnato così bene una ricerca di interazione fra popoli e culture diverse, nel segno unificatore di Cristo?
  

Antonio è un santo giovane e costantemente in viaggio! Portoghese di nascita, dopo aver lasciato i canonici agostiniani di Coimbra, di cui faceva parte, per seguire i frati minori, si recò in Marocco cercando il martirio. Nel tentativo di rientrare in Portogallo, naufragò sulle coste della Sicilia, raggiunse Assisi dove incontrò Francesco, fu inviato all’eremo di Montepaolo presso Forlì e dopo circa un anno, quando i frati scoprirono finalmente la sua preparazione e la sua eloquenza, iniziò a percorrere tutto il nord Italia predicando il vangelo, fino a raggiungere la Francia. Soggiornò spesso a Bologna, dove insegnò teologia, e a Padova, dove si ritirò prima di morire. Un giovane in viaggio, dunque, e perciò aperto all’incontro con culture e mondi diversi che egli sa ascoltare e accogliere, da cui si lascia interrogare e a cui va incontro con il desiderio di portare ovunque Cristo, alfa e omega di tutta la sua vita, come scrive egli stesso nell’epilogo dei Sermoni.

A che punto ci troviamo con lo sviluppo degli studi su Sant’Antonio? E quali possibile nuove vie per entrare negli scritti e nella vita di questo Santo così “lontano temporalmente” da noi? Il centro di studi antoniani, che ovviamente – tra le tante cose –  porta avanti un discorso tematico su Lui, è sorto nel 1959…siamo nel 2018…quali indagini da fare?

Gli studi su Antonio sono molti e tra questi sono numerosi quelli davvero eccellenti. Le rassegne bibliografiche che periodicamente vengono prodotte lo confermano con evidenza. Negli ultimi anni, gli approcci alla sua figura e al suo pensiero sono stati notevolmente diversificati: da quello propriamente storico a quello letterario, francescano, iconografico, biblico e teologico. Forse è proprio l’ambito teologico quello in cui c’è ancora molto da approfondire, anche perché i testi dei Sermoni non sono facili né da leggere né da interpretare. Antonio sviluppa maggiormente la lettura morale della pagina biblica, mentre non ha interesse ad approfondire in modo sistematico i temi che affronta, perché il suo scopo è quello di fornire argomenti, esempi, etimologie, storie per i predicatori. Eppure leggendo i Sermoni si coglie una precisa visione di Dio e dell’uomo e della relazione che l’uomo può vivere con Dio in Cristo. In particolare, sono davvero profonde le pagine che scrive su Maria, sia per le bellissime immagini che utilizza per parlare di lei – come l’arcobaleno, il giglio, la terra non arata… - sia perché Maria è, agli occhi di Antonio, colei che incarna l’umanità nuova, pienamente riuscita, capace di custodire la bellezza con cui Dio l’aveva pensata e creata.

Domanda un po’ – come dire, un po’ “surreale”, ma comunque quasi inevitabilmente da farsi: cosa direbbe il Santo a un giovane di oggi, Lui con la sua dotta eloquenza…o meglio: Antonio, sempre attento alla società del Suo tempo, su quale tema si concentrerebbe guardando alla Società di Oggi?

 

Antonio si è formato nel solco della tradizione agostiniana, da cui ha attinto in particolare la convinzione della grande dignità dell’uomo, che porta impressa in sé stesso l’immagine di Dio, come l’effige di una medaglia. Questa visione diventa per Antonio un invito ad assumere la responsabilità di corrispondere a questa grandezza e un impegno a rispettare l’altro nella sua dignità. Antonio infatti si impegnò in prima persona per migliorare il contesto sociale del suo tempo, schierandosi con coraggio e audacia al fianco dei più deboli del suo tempo, vessati, umiliati e calpestati nella loro umanità in particolare dagli usurai e dai violenti, come Ezzelino da Romano. Mi sembra perciò che egli si offra come un modello molto attuale per i giovani di oggi, perché siano responsabili della propria grandezza e la rispettino nell’altro.



Antonio Tarallo

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