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Aiuto alla Chiesa che Soffre, nel 2017 raccolti oltre 124 milioni di euro

Il rapporto della attività del 2017 di Aiuto alla Chiesa che Soffre è una fotografia in movimento di una realtà che è dura, ma che è anche piena di speranza

Aiuto alla Chiesa che Soffre, nel 2017 raccolti oltre 124 milioni di euro
Credit Foto - Aiuto alla chiesa che soffre

È un lavoro pastorale, prima che umanitario, quello di Aiuto alla Chiesa che Soffre. E così, accanto agli aiuti concreti per i cristiani perseguitati, la prima priorità resta sempre quella di dare un supporto pastorale. E lo fa grazie alle generose donazioni di tanti benefattori, che nel 2017 hanno inviato alla Fondazione di Diritto Pontifico 124 milioni 57 mila e 414 euro.



Il rapporto della attività del 2017 di Aiuto alla Chiesa che Soffre è una fotografia in movimento di una realtà che è dura, ma che è anche piena di speranza. L’idea è quella di dare prima di tutto un supporto pastorale, ma ci sono casi eccezionali, come quello iracheno, in cui al supporto pastorale deve essere eccezionalmente sostituito dalla priorità per l’aiuto umanitario. Così, il piano Marshall per l’Iraq ha prima di tutto puntato alla ricostruzione. Ma ora è il momento di pensare anche alle chiese.



Per questo, l’obiettivo del 2018è di passare dalle case alle chiese. E non è solo uno slogan.

Il Cardinale Mauro Piacenza, presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, tratteggiando la storia della fondazione nel 1947, ha ricordato che l’idea di Pio XII era di avere una opera che si occupasse delle miserie scaturite dalla Seconda Guerra Mondiale “non discriminando nessuno e neppure gli antichi carnefici”, e fu creata una opera con “personale sempre più specializzato, ma non burocratizzato”.



“Non siamo – afferma il Cardinale Piacenza– diventati una sorta di organizzazione di solidarietà. Questa è rimasta una opera di Chiesa, una opera pastorale. E proprio per perseverare su tale linea è stata eretta come Fondazione di diritto pontificio, con l’obiettivo di correre sempre dove Dio piange”.

Thomas Heine-Geldem, direttore internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha delineato le linee guida della fondazione: leale al Papa, al servizio della causa di evangelizzazione, impegnata per la Chiesa perseguitata e custode della generosità dei nostri benefattori.



Quindi, i numeri: i più di 124 milioni di donazioni raccolte vengono da 368 mila donatori. Il 63 per cento di questa cifra sono donazioni dirette, il 24,2 per cento sono eredità, il 9 per cento offerte per la celebrazione di Messe.



ACS ha 23 uffici internazionali, e supporta progetti praticamente ovunque nel mondo, se si esclude il ricco primo mondo dell’Europa occidentale, l’America del Nord e l’Australia. Di 124 milioni, 100,7 servono a finanziare le missioni, 12,8 al fundraising e 8,5 milioni nell’amministrazione.



Il 29,5 per cento dei progetti finanziati sono in Africa, mentre il Medio Oriente è interessato dal 21,2 per cento dei progetti, confermando il trend che dalle cosiddette primavere arabe del 2011 ha visto sempre più crescere la destinazione di progetti alla martoriata area mediorientale, con un investimento di 17 milioni di euro solo nel 2017.



Il Paese maggiormente beneficiario dei progetti di ACSè l’Iraq con 9 milioni 290 mila 499 euro, quindi l’India con 5 milioni 858 mila 890 euro, la Siria con 5 milioni 751 mila 151 euro, l’Ucraina con 4,7 milioni di euro, il Brasile con 3,88 milioni di euro e la Repubblica Democratica del Congo con 3,42 milioni di euro.

In generale, il 32, 8 per cento dei progetti è stato destinato alla ricostruzione, il 15,7 per cento agli aiuti di emergenza, il 15,4 per cento in Messe, il 12,1 per cento alla formazione, il 9,6 per cento alle catechesi.



“Abbiamo deciso – ha detto Hein-Geldem– di supportare in Medio Oriente i cristiani che vogliono rimanere lì, anche da un punto di vista sociale ed economico. Non c’era bisogno di fare pastorale, perché i cristiani erano scappati dalle terre dell’Iraq, e così come eccezione abbiamo destinato prima di tutto i fondi alla ricostruzione delle case”.

Oltre al Piano Marshall per l’Iraq, da segnalare il Niniveh Recosntruction Committee, che ha messo insieme i vescovi che rappresentano le diverse confessioni cristiane. Sono stati 41 i progetti finanziati in Iraq, in Siria 143.



Tra gli obiettivi del 2018, l’aiuto ai Dalit, l’ultima casta indiana pesantemente discriminata, e poi la campagna del Medio Oriente, con l’obiettivo appunto di passare dal finanziamento delle case a quello delle Chiese, in attesa del Rapporto sulla Libertà Religiosa nel Mondo.

Si tratta – ha detto Alessandro Monteduro, direttore della sezione italiana di Aiuto alla Chiesa che Soffre – di numeri che “per noi si chiamano speranza, e che propongono la nostra reale intenzione, che è quella di accompagnare i fratelli perseguitati con aiuti materiali, ma soprattutto con preghiera e formazione”.



È per questo – ha detto – che dopo l’attentato contro tre chiese cristiane in Indonesia nel maggio scorso che ACS ha voluto aiutare a costruire una chiesa in Indonesia che da anni non trovava i fondi, così come è per questo che la risposta al martirio di padre Jacques Hamel nel 2016 in Francia è stata quella di destinare fondi per la formazione di mille seminaristi. (Andrea Gagliarducci – Aci Stampa



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