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La forza della poesia di San Francesco

San Francesco è poeta dell’Uomo. E la Poesia, da quando è nata, vive di quella forza di parlare all’Uomo

di Antonio Tarallo
La forza della poesia di San Francesco
Credit Foto - Archivio Fotografico Sacro Convento Assisi

“La poesia traspone direttamente, con una trama di parole così fragile, esatta e delicata da non essere più che trasparenza, ciò che è stato ineffabilmente patito nella contemplazione”. Così si esprimeva una delle mistiche e potesse maggiori del nostro secolo, Raissa Maritain, in merito all’ “argomento” Poesia e Misticismo. A quest’ultimo termine, per una connaturata tradizione letterario-spirituale, è stata sempre imposta quella che potrebbe definirsi una sorta di “crosta”, troppo “spirituale”.

E il “troppo”, in questo caso, potrebbe cadere nell’eccezione “negativa”. Mai, come in San Francesco, infatti, questo termine potrebbe essere alquanto lontano. E parliamo del “troppo”. Una provocazione? Potrebbe darsi. Ma perché San Francesco, come poeta, potrebbe essere niente di più lontano del poeta-mistico? Dello scrittore di versi, preso in spirali vertiginose, simili un po’ alle colonne del baldacchino di San Pietro, che troneggiano sì sopra l’altare maggiore ma che nella loro imponenza quasi non danno respiro all’Umano. Non è critica, certo, alla magnificenza di suddetta opera! Solamente la “metafora” – e se parliamo di poesia, inevitabile cascare in questa – potrebbe rendere un po’ l’idea.

San Francesco è poeta dell’Uomo. E la Poesia, da quando è nata, vive di quella forza – tutta propria, d’altronde – di parlare dell’animo dell’Uomo, all’Uomo. E il Poverello di Assisi, riesce in questo intento, in questa visione, a essere magistrale. Poche parole che hanno dietro concetti e visioni (e queste sì che si avvicinano al Misticismo) che riescono a perforare il cuore degli Uomini, un po’ come la lancia nel costato di Cristo, quando è sulla Croce.

E San Francesco, avendo vissuto nella sua vita questa imitazione “estrema”, sapeva bene – allora – cosa volesse dire “avere perforato” il cuore. E, sapendolo, sapeva bene cosa volesse dire Poesia. Importante, però, a questo punto, precisare che non parliamo di “tristi versi”, bensì di “parole” che hanno sapore di Vita. Sempre, in ogni suo scritto. Questo è il massimo di un “paradosso” – che è in fondo alla base dello stesso Cristianesimo, se ci pensiamo, risultando “tutto” sovvertito, rispetto alla logica – che con la Poesia ha molto a che fare.

Conosciamo tutti bene quella che è stata ritenuta da tanti critici, storici, la prima espressione poetica della lingua italiana, “Il Cantico delle Creature”. Già nel titolo, San Francesco, dichiara “la forma” della sua poetica: Cantico. Cantare, dunque. E si canta in versi, si sa. Il Cantico delle Creature si presenta come una prosa ritmica, che richiama i ritmi delle litanie, con la presenza di versi di varia lunghezza, stilizzati in base alle consonanze e alle assonanze oltre che alle rime.

Quello che intesse il Poverello d’Assisi, il poeta Francesco, è una lode vera e propria a Dio. Ma questa lode, questi versi, nascono dalla contemplazione del Mondo, quello della terra (intesa proprio come terra, con la “t” minuscola) su cui Francesco cammina, e camminando – appunto – su questa, riesce a trovare lo spunto per i propri versi. San Francesco osserva, o meglio, “entra” in questa realtà che lo circonda con la visione del poeta. E’, infatti, interessante notare come siano importanti gli “aggettivi” che pone nel Cantico. L’aggettivo, per sua natura, serve per descrivere un “qualcosa”.

San Francesco, appunto, abbonda di questi, li inserisce – musicalmente, poi, in maniera davvero “divina” – nella sua poesia, protesa al “confronto” fra lui, scrittore, uomo e poeta, e la realtà che sta ammirando. Ed è nell’adempiere questa “operazione” che riesce a “descrivere” Dio stesso, come “altissimu, onnipotente, bon Signore”.

Ben tre aggettivi per raccontarlo in versi. Ma quegli stessi aggettivi, nascono, da tutti quelli che il poeta pone, successivamente, accanto alle manifestazioni della bontà e della onnipotenza di Dio. Le stelle, per Francesco, che le osserva “in celu”, sono “clarite et pretiose et belle”. Il sole, è “bellu e radiante”, e l’acqua è “multo utile et humile et pretiosa et casta”. Ed è, allora, proprio in questa profonda visione del mondo che lo circonda, in questa contemplazione della Bellezza – perché in fondo, di questo si tratta, di Bellezza che attrae, che ammalia, che rende l’Uomo Francesco attento al Creato – si instaura nel poeta di Assisi un dialogo tra il suo “io” e Dio.

E, sappiamo bene che quando ci troviamo di fronte ai capolavori, in quell’ “io” dell’autore possiamo ritrovare parte di noi stessi. Questo è quello che rende la Poesia di San Francesco, un’opera sempre attuale non solo nell’Oggi, ma anche nel Domani.


Antonio Tarallo

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