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Ambiente: Giovanni XXIII e il cambiamento climatico

L'ecologia spiegata attraverso le parole del Cantino delle Creature

di Antonio Tarallo
Ambiente: Giovanni XXIII e il cambiamento climatico
Credit Foto - Ansa - GIAMPAOLO MAGNI

“Laudato si', mi' Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento”.

E’ il ciclo della Natura. Delle stagioni che si alternano, e della maestosa e allo stesso tempo impercettibile melodia di una stagione che entra, di una che esce, che va via, per poi tornare nuovamente nell’anno futuro. Divina danza che regola – in questo modo “scientificamente” provabile, ma anche misterioso – la copiosa varietà dei frutti, delle materie prime, a seconda di quale terra si stia parlando. E tutto questo passa per quel “frate vento” così altamente celebrato da San Francesco.

E’ lui, il vento, lo “spirto gentil” – prendiamo in prestito il verso dal Petrarca – il gioioso responsabile di tutto questo. In fondo, se ci pensiamo bene, è lui a portare il “nubilo” o il “sereno”.  E questo pellegrinaggio della Natura avviene da tempo immemorabile. Ma – da buon cultore-coltivatore della terra, espressa non solo nell’ “humus”, ma in generale, nella Terra con la “t” maiuscola – il Poverello d’Assisi si sofferma su un importante reale dato: è da questo alternarsi, che nasce per l’Uomo, la possibilità di avere “sustentamento”.

Sembra che Francesco conosca più che bene questo lato della Natura, un po’ per il suo animo poetico – e il poeta non può che osservare la realtà e tramutarla in verso, canto – un po’, perché da questa frase è facile comprendere come sia presente in lui lo spirito di “agricoltore” vero e proprio. I nostri nonni avranno, sicuramente, meglio in mente, questa prospettiva: quel comprendere, grazie proprio al vento, come potesse essere la raccolta dell’anno. Una volta, questo, era davvero di vitale importanza. Non possiamo dimenticarlo. 


Papa Roncalli, Giovanni XXIII, figlio di papà Battista e mamma Marianna, sapeva bene cosa volesse dire il lavoro nei campi. C’era da lavorare, e lavorare tanto per condurre una famiglia numerosa come quella dei Roncalli di Sotto il Monte, piccolo paese della provincia di Bergamo. E, a quel tempo, si prestava maggior attenzione al come spirasse il vento. E a quell’alternanza di sole e nuvole, di pioggia e calura, che è alla base del lavoro di mezzadro. Un lavoro che, a Sotto al Monte, era segnato dal rintocco della campana del convento francescano di Baccanello, a solo due chilometri dalla casa di Angelo Roncalli. Preghiera e lavoro nei campi, questo l’habitat in cui cresce il futuro papa santo. E proprio come pontefice, come Giovanni XXIII, rimarrà così attento alla Natura, tanto da poter trovare questa “vena ecologica” anche in uno dei più importanti documenti redatti in spirito conciliare.

E’ l’Enciclica “Mater et magistra”, pubblicata nel 1961. Tra l’altro monumento per la Dottrina sociale della Chiesa. E questo, è un dato di non poco conto: si parla di uno sviluppo “ecologico” (come lo definiremmo oggi) e, al contempo, di sviluppo sociale. In una certa maniera, con le dovute ed eque distanze, di quel “sustentamento” celebrato dal Serafico Padre Francesco. 

Ma ritorniamo all’enciclica e a un passaggio che riecheggia il brano sopra riportato – nell’incipit di questo approfondimento – del Cantico. Nel punto 130 del documento della Santa Sede, troviamo espresso un concetto assai importante: la nobiltà del lavoro agricolo, posto – per così dire – nel “respiro” del “lavoro” alto, di Dio creatore:

“Siamo però convinti che i protagonisti dello sviluppo economico, del progresso sociale e dell’elevazione culturale degli ambienti agricolo-rurali devono essere gli stessi interessati, e cioè i lavoratori della terra. I quali possono facilmente costatare quanto sia nobile il loro lavoro: sia perché lo si vive nel tempio maestoso della creazione, sia perché lo si svolge spesso sulla vita delle piante e degli animali: vita inesauribile nelle sue espressioni, inflessibile nelle sue leggi, ricca di richiami a Dio creatore e provvido, sia perché produce la varietà degli alimenti di cui si nutre la famiglia umana e fornisce un numero sempre maggiore di materie prime all’industria”.


Dio, dunque, è “creatore provvido”, in quanto “produce la varietà degli alimenti di cui si nutre la famiglia umana”. E la vita delle piante e degli animali, è “vita inesauribile nelle su espressioni, inflessibile nelle sue leggi”. Sono le leggi, appunto, della Natura, di quel susseguirsi delle stagioni, dettate dai fattori climatici che scandiscono il tempo.


E oggi? A cosa siamo di fronte?

E, così, veniamo catapultati in quel problema che per tutti gli ecologisti ha un solo nome: “cambiamento climatico”. Secondo recenti studi dell’IPCC (Intergovernmental panel on climate change, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici), il nostro pianeta sta riscontrando un surriscaldamento che sta compromettendo la sua stessa vita.  Questi recenti indagini, ci stanno avvisando che – testuali parole – “l’aumento della temperatura media del globo, a fine secolo potrà essere, se non si interviene decisamente, compresa di 4-5 gradi centigradi” in più, rispetto alla condizione attuale. Aumento dovuto alla continua crescita e concentrazione delle emissioni di gas a effetto serra come il biossido di carbonio (o CO2), il metano e il protossido di azoto.

Questo cambiamento climatico sarà più rapido e più rilevante delle variazioni di temperatura occorse negli ultimi diecimila anni, ossia da quanto esiste la nostra civiltà.  E, a provocare tale situazione, sempre secondo l’IPCC, vi è un unico responsabile: l’Uomo.  Sempre secondo i documenti dell’Organizzazione intergovernativa, “l’influenza dell’uomo sui cambiamenti climatici è indiscutibile”. Dati che fanno riflettere, dati che destano preoccupazione ma che, soprattutto, dovrebbero al più presto segnare l’azione dei Governi e degli organi preposti, per poter continuare a cantare: “Laudato si', mi' Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento”.



Antonio Tarallo

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