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FRANCESCO ESEMPIO DI PERDONO

Nel Trattato dei miracoli di Tommaso da Celano sono ricordati ben sette casi di uomini ingiustamente accusati di furto o di altri reati

di Maria Pia Alberzoni
FRANCESCO ESEMPIO DI PERDONO
Credit Foto - Archivio Fotografico - Panini

Francesco aveva vissuto in prima persona l’esperienza del carcere e di un carcere particolare. Non era stato condannato da un tribunale, ma era stato fatto prigioniero nel 1202 durante la battaglia di Collestrada, nella quale Francesco aveva combattuto con il populus (la borghesia) di Assisi contro i milites (la nobiltà) di Perugia. I Perugini avevano vinto e, come sempre accadeva in queste circostanze, avevano fatto prigionieri un buon numero di nemici. Si trattava di bottino di guerra, alla stregua di qualunque altro bene sottratto al nemico, che avrebbe fruttato molto denaro, sborsato dai familiari dei prigionieri per poterli riavere vivi.

Certamente questa prigionia non fu facile per Francesco, anche se egli poteva ragionevolmente sperare che suo padre avrebbe pagato il riscatto - anche se alto - richiesto dai Perugini. La prigionia costituì un passaggio importante nella vita di Francesco e lo mise direttamente a contatto con chi è oppresso: addirittura in questa circostanza Tommaso da Celano, nella Vita beati Francisci, colloca il momento decisivo per la sua conversione. È dunque possibile dire che prima ancora di condividere la condizione dei poveri e dei lebbrosi aveva condiviso quella dei carcerati.

Le fonti agiografiche e lo stesso Francesco, però, non dicono nulla del suo incontro con questi ultimi. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che all’inizio del XIII secolo nei comuni italiani non esisteva un sistema carcerario e nemmeno esistevano specifiche pene per le quali si prevedeva il carcere: la casistica di coloro che venivano puniti con la detenzione si limitava ai traditori di qualunque genere, ai prigionieri di guerra, che erano considerati semplice merce di scambio, e ai debitori insolventi, un motivo che era ben presente nell'immaginario collettivo, perché ricordato anche nelle parabole di Gesù (Mt 18, 23-30).

In considerazione dell'eccezionalità della condizione di prigioniero, si comprende perché Francesco, a parte la sua esperienza personale sia nelle prigioni di Perugia sia nella “prigione” dove suo padre lo volle tenere chiuso per un certo tempo, non ebbe molte occasioni di “fare misericordia” con i carcerati, come invece fece con i lebbrosi.

D’altra parte una significativa prova della profonda umanità di Francesco nei confronti dei carcerati, semplicemente in quanto suoi fratelli che per la loro sfortunata condizione gli richiamavano più da vicino la presenza di Cristo sofferente, viene dal fatto che a lui rivolsero le loro preghiere alcuni carcerati, soprattutto quelli detenuti ingiustamente e pertanto innocenti. Nel Trattato dei miracoli di Tommaso da Celano sono ricordati ben sette casi di uomini ingiustamente accusati di furto o di altri reati (tra i quali anche quello di eresia), ma che grazie all’intercessione di Francesco ottennero una prodigiosa liberazione dalle catene e poterono evitare il carcere o le torture (FF, n. 910-916).

Questi carcerati innocenti potevano sperare nell'intercessione e nell'aiuto così puntuale di Francesco perché riconoscevano come tratto caratteristico dell'esperienza del Santo di Assisi e dei suoi frati il “fare misericordia”. Certo, se il “fare misericordia” con i lebbrosi voleva dire condividere in tutto la loro situazione di minoritas, di emarginazione, non era possibile fare qualcosa di analogo con i carcerati, perché il carcerato diventava una sorta di “possesso”, di “riscatto vivente”, della persona che lo deteneva. Quello di Francesco non fu, dunque, un impegno diretto nella cura dei carcerati, ma il suo atteggiamento nei confronti dei bisognosi di ogni categoria, e quindi anche di costoro, indica un totale superamento di una dimensione legata alla semplice giustizia umana, con una giustizia 'divina', che passa attraverso il perdono e l'accoglienza del peccatore.

Il capitolo CXXXIV del Memoriale di Tommaso da Celano, che riprende un ricordo dei primi compagni di Francesco, è dedicato alla sua compassione “per gli infermi di spirito”, e in esso troviamo ben espresso il modo di intendere la correzione nella prima fraternitas: “Amava con maggiore bontà e sopportava con pazienza quelli che sapeva turbati da tentazioni e deboli di spirito, come bambini fluttuanti. Per cui, evitando le correzioni aspre, dove non vedeva un pericolo, risparmiava la verga per riguardo alla loro anima. E soleva dire che è dovere del superiore, padre e non tiranno, prevenire l'occasione della colpa e non permettere che cada chi poi difficilmente potrebbe rialzarsi, una volta caduto” (FF, n. 763). Per un carcerato sentire non sminuita, ma accolta la sua umanità ferita, ieri come oggi, significa intravedere la possibilità del perdono: questo era il carisma di Francesco e fu ben compreso dai poveri di spirito.


Maria Pia Alberzoni

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