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FRANCESCO D'ASSISI: LO SCACCO MATTO ALLA MORTE

Il 2 novembre diventa una grande occasione per ricordare un nostro caro, per ricordare il giorno dei morti, ma anche un giorno o meglio una vita che non vogliamo sprecare

di Enzo Fortunato
FRANCESCO D'ASSISI: LO SCACCO MATTO ALLA MORTE

Proponiamo ai nostri lettori l'articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera:


“Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skampare....". E' l'ultima strofa, dettata da Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle Creature. Il primo documento della lingua italiana, detto codice 338.  Il primo documento di una fraternità universale che include ogni cosa nella logica del rispetto e per chi crede dell'Amore. Dettata prima dell’abbraccio con il padre dell’eternità. Un abbraccio atteso che ha dato senso e significato a ogni incontro: da quello agli amici fino ai lebbrosi, dai ladroni a sorella Chiara. Dai poveri al Sultano. Da frate Leone a fratello lupo. Una strofa. Scacco matto dell’Assisiate alla morte.  Non più antagonista, ma porta dell’eternità. Come era uscito dalla città di  Assisi per iniziare  il cammino di conversione, così per l'ultimo atto della sua vita esce facendosi portare a valle. Nasce al cielo come il Cristo sulla terra: nudo.  Papa Bergoglio commenterebbe così: "Non ho mai visto un camion da trasloco dietro un corteo funebre, mai".     

L’annuncio al mondo del transito del Fondatore dei  francescani la sera di quel sabato 3 ottobre tocca a frate Elia, colui che sarà anche l'architetto della Basilica di Assisi che ne custodisce le spoglie: "Perciò allontanate da voi ogni tristezza; e se volete piangere, piangete per voi stessi e non per lui: perché noi, più che essere nella vita siamo preda della morte". Il successore di san Francesco annota che quel corpo esile aveva impresse le stimmate. È come il Poverello avesse rivelato a tutti, nel battere i sentieri del Paese,  che il dolore degli uomini era diventato il suo dolore, le ferite degli ultimi le sue ferite. Una vita che lascia una eterna memoria. Il corpo si consuma, ma quello che lui ha realizzato nell'umanità ha la possibilità di risorgere con la memoria e i gesti. Vivendo la vita con la stessa caratura per farla diventare preziosa, luogo di quell'amore che ci manca nel piangere un nostro caro. La liturgia  bizantina celebra così la vita strappata alla morte. 

Oggi è lì, nella cripta. Prima di arrivarci quel corpo ha vissuto le sue traversie anche da morto: prima sepolto a San Giorgio l'attuale chiesa di santa Chiara, poi sotto un cumulo di macerie nella Basilica Inferiore per non farlo derubare. Viene ritrovato e infine esposto con accanto i suoi compagni d'avventura, non manca donna Jacopa  de' Settesoli che aveva mandato a chiamare per l'ultimo saluto: "Ti prego ancora di portarmi di quei dolci che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma". Dolcezze di questo mondo, alle quali con letizia austera durante la vita aveva rinunciato e che con forza però aveva continuato ad amare. 



Oggi quel corpo ci ricorda che ogni vita, per essere tale, va vissuta in fraternità. Il 2 novembre diventa una grande occasione per ricordare un nostro caro, per ricordare il giorno dei morti, ma anche un giorno o meglio una vita che non vogliamo sprecare. E' la perenne lezione di Sorella Morte. Del nostro scacco matto.    (Corriere della Sera)


Enzo Fortunato
Direttore della Rivista

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