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L’intimità tra Maria e il neonato di Giorgio Bagnobianchi

Piero dipinse la sua Madonna sovrapponendola ad una preesistente Madonna del Latte

L’intimità tra Maria e il neonato di Giorgio Bagnobianchi
Credit Foto - Piero della Francesca

Monna Romana di Perino era nata a Monterchi, un borgo arroccato sul Monte Ercole poco distante da Anghiari e da Borgo San Sepolcro. Il figlio Piero, pittore e matematico, intorno al 1460 era intento a realizzare il grande ciclo pittorico della Leggenda della Vera Croce nella Chiesa di San Francesco ad Arezzo.

Il suo pensiero teologico, la sua visione politica e l’impegno intellettuale si stavano intrecciando nell’ordito di una creazione artistica che resterà un caposaldo dell’operare di questo acuto umanista. Nello stesso periodo caratterizzato da quel gran lavoro nella Chiesa di San Francesco Piero trovava il tempo per dipingere, a Monterchi, la Madonna del Parto nella Chiesetta di Santa Maria di Momentana situata nel boschetto in località Montione dove, fin dall’antichità, la tradizione popolare individuava il luogo di riti di fecondazione. Mamma Romana era morta nel 1459. Amore filiale.

Piero dipinse la sua Madonna sovrapponendola ad una preesistente Madonna del Latte. E fu così che il colto umanista creatore di personaggi e paesaggi ricchi di fascino, di mistero e con echi profondi, talvolta, enigmatici realizzò la più solare e intima raffigurazione di una donna in procinto di partorire. Il vestito, i gesti e la postura delle braccia, il corpo tutto di Monna Maria svelano l’intimità trepidante, l’attesa sospesa e la complessa, pensosa felicità della donna. Piero coglie l’attimo irripetibile della vita di Maria e lo racconta con il corpo della partoriente in un altissimo omaggio filiale e con un’ardita visione teologica.



Gli Angeli, solidamente impiantati ai lati dell’affresco, aprono un tendaggio, tolgono il velo al mistero e mostrano il corpo in procinto di generare il bambino Gesù. L’omaggio a Monna Romana nel luogo dei riti pagani della fecondità è sinergico con l’operazione giottesca: far entrare a pieno titolo la natura nelle raffigurazioni sacre, rispettando così il pensiero e l’opera di San Francesco. Creare una tradizione comunicativa cristiana di artistici colloqui e sinergie tra umanità e divinità. “… et verbum caro factum est!”

Ambrogio Lorenzetti racchiude in una tavola l’intimità tra la madre e il neonato. La scuola senese aveva più volte affrontato il tema dell’allattamento di Monna Maria ma Ambrogio, in questa tavola, raggiunge un’espressività ineuguagliabile e racchiude un momento speciale di quel mondo familiare offrendolo palpitante e appassionato alla nostra attenzione e devozione. Il piccolo Gesù sugge il latte al seno di Maria e contemporaneamente vi si aggrappa in una postura di possesso che ci comunica pienamente la gioia della vita, la felicità tattile per la simbiosi tra madre e figlio e tutta la verità della Parola che si è fatta carne! Come solo i neonati sanno comunicare, anche scalciando disordinatamente perchè Gesù è rappresentato privo della costrizione dell’antica fasciatura.

Il bambino stringe la fonte del suo cibo con una giocosa dimestichezza, in letizia, amorevolmente accarezzato dagli occhi di Monna Maria. Tutto il dipinto è intriso di una intima beatitudine e della gioia profonda che scorre tra i due corpi in vitale simbiosi. La tavola ci sorprende e quasi genera quell’imbarazzo che sorge spontaneo in chi, inavvertitamente, si trovi ad osservare un momento di segreto e intenso scambio di affetto, come si fosse sull’uscio di una camera a spiare Maria che allatta il suo piccolo. Riflessione per tutti i giorni.

La storia dell’arte, nel passato, si è dipanata dalle Maestà alla Madonna del parto, dalle Madonne del Latte alle Sacre Famiglie creando una comunicazione che ha colto tutti gli aspetti, umani e divini , della raffigurazione di Maria, anche come donna. Riusciremo ora a costruire una nuova comunicazione che sia rispettosa del corpo delle donne e che ritrovi un equilibrio tra il deificare e il reificare l’immagine delle donne? Forse potrebbe essere l’incipit di una educazione al rispetto del corpo delle donne e alla pari dignità.
Di Giorgio Bagnobianchi



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