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Il volto di Manoppello, il telo della Veronica. Tra storia e leggenda

di Antonio Tarallo
Il volto di Manoppello, il telo della Veronica. Tra storia e leggenda
Credit Foto - www.famedisud.it

La sesta stazione della Via Crucis ci indica un nome, un fatto, due protagonisti: Cristo e una donna, denominata “la Veronica”. Per parlare di questo episodio, e della reliquia ad esso collegato, bisogna però partire da un fatto: la donna non compare nei Vangeli canonici, se non nel racconto della donna miracolata, dopo aver toccato il mantello di Gesù. Episodio narrato nel Vangelo di Marco, al capitolo 5, versetti 25-34. E, in questo caso, comunque il suo nome non è noto. E’ una donna “anonima”, emorroissa (dal greco, “che perde sangue”). Questa precisazione andava necessariamente fatta, poiché la sesta stazione della Via Crucis ci indica un nome, un fatto, due protagonisti: Cristo e una donna, denominata “la Veronica”.


Per parlare di questo episodio, e della reliquia ad esso collegato, bisogna però partire da un fatto: la donna non compare nei Vangeli canonici, se non nel racconto della donna miracolata, dopo aver toccato il mantello di Gesù. Episodio narrato nel Vangelo di Marco, al capitolo 5, versetti 25-34. E, in questo caso, comunque il suo nome non è noto. E’ una donna “anonima”, emorroissa (dal greco, “che perde sangue”).


Questa precisazione andava necessariamente fatta, poiché la reliquia di cui parleremo oggi – nel nostro viaggio attraverso le più importanti reliquie della Passione – fa riferimento alla prima citata sesta stazione, e dunque all’episodio che vede coinvolti una donna che avendo pietà del Cristo sofferente, recante la Croce, gli asciuga il volto con un panno.

“Il velo della Veronica”, o anche detto “Velo di Manoppello” dalla località in cui è conservato. Siamo in Abruzzo, Manoppello, comune vicino a Pescara. In questa città è presente un Santuario dedicato proprio al telo in questione. Ma andiamo a scoprire, ora, la storia di questa reliquia. Prima di tutto chiariamo di cosa si tratta.


Il velo e il volto


Il Volto Santo di Manoppello è un sottile velo, dai fili con trama orizzontale e di semplice struttura. Le misure del panno sono 17 x 24 cm. Questo reca l’immagine di un viso maschile, con capelli lunghi, e barba divisa a bande. Tale immagine è visibile identicamente da ambedue le parti. Non sono riscontrabili residui o pigmenti di colore. Gli occhi guardano, intensamente, da una parte, e verso l’alto. Il volto mostra segni di sofferenza, evidenziati da un rigonfiamento innaturale di una guancia, e la bocca gonfia. Questo è il volto.


La storia


Un racconto narra che il Velo fu lasciato in dono da uno sconosciuto al dottor Giacomo Antonio Leonelli, nel 1506 e che la sua famiglia lo conservò fino a quando fu venduto da Marzia Leonelli, a un tale Donato Antonio de Fabritiis. Il nuovo proprietario volle dare al velo una sistemazione più adeguata: frate Remigio da Rapino lavorò una cornice di noce che potesse ospitare il tessuto. E’ la cornice che ancora oggi ammiriamo nel santuario.


Perché è da considerarsi una reliquia?


Il “Volto Santo di Manoppello” è da considerarsi una reliquia “abbastanza recente”. Non certo per l’aspetto cronologico della sua storia, bensì per gli studi compiuti sopra di esso. Dobbiamo al gesuita padre Heinrich Pfeiffer, professore di Storia dell'arte cristiana presso la Pontificia Università Gregoriana, moltissimi studi in merito al “tessuto abruzzese”. Il Pfeiffer, vide il velo per la prima volta nel 1986, e ne studiò la storia. Fu proprio lui – con un libro del 1991 – a confutare la tesi che il velo in questione fosse quello della Veronica.  Tra l’altro, secondo sempre questo studio, l’immagine fu trafugata da S. Pietro all'inizio del Seicento, e finì a Manoppello, mentre a Roma fu messa una nuova copia al posto dell'originale. A suffragio del fatto che la famosa reliquia si trovasse precedentemente a Roma, è l’Anno Giubilare del 1300. In occasione di tale evento, infatti, il Velo della Veronica divenne una delle “Mirabilia urbis”. Ne parla anche il poeta Dante Alighieri, nel canto XXXI del Paradiso: “Qual è colui che forse di Croazia,/ viene e a veder la Veronica nostra,/ che per l'antica fama non si sazia,/ ma dice nel pensier,/ fin che si mostra:/ Signor mio Gesù Cristo,/ Dio verace/ or fu fatta la sembianza vostra?” (Versi 103-111).


Alcuni sorprendenti studi scientifici


Anno 1997. Parliamo dell’ “altro ieri” storico. Il professore Donato Vittori, dell’Università di Bari, conduce, in merito, un esame ai raggi ultravioletti. La scoperta: le fibre del Velo non presentano nessun tipo di colore. Osservando la reliquia al microscopio si scopre che non è né dipinta né tessuta con fibre colorate.


Secondo punto: attraverso sofisticate tecniche fotografiche, con ingrandimenti digitali, si è evidenziato come l’immagine che appare è identica in entrambi i lati del velo, come fosse una diapositiva. Ultimo punto, non certo meno interessante: dalle ricerche scientifiche svolte recentemente risulta inoltre che il volto della Sindone di Torino e quello che appare nel Velo di Manoppello sono sovrapponibili e delle stesse identiche dimensioni, con l’unica differenza che nella reliquia di Manoppello la bocca e gli occhi del viso sono aperti.


Sempre per “dover di cronaca” altri studi scientifici – che hanno portato ad altre conclusioni – sono stati eseguiti sul tessuto, di recente, nel 2001. Tali studi, invece, attestano la presenza di materiali sui fili del tessuto, cioè di probabile pigmento pittorico.


Le reliquie, come sappiamo, sono sempre state – e sempre saranno – materia di discussione scientifica, non si può nascondere questo dato. E, forse, risposte definitive, provate scientificamente del tutto, mai ci saranno. Ma questo non possiamo prevederlo, certo. Quello che invece possiamo sapere, è la nostra risposta del cuore al Vangelo, e al Credo. E quello non ha certo bisogno di indagine scientifiche.

“Il velo della Veronica”, o anche detto “Velo di Manoppello” dalla località in cui è conservato. Siamo in Abruzzo, Manoppello, comune vicino a Pescara. In questa città è presente un Santuario dedicato proprio al telo in questione. Ma andiamo a scoprire, ora, la storia di questa reliquia. Prima di tutto chiariamo di cosa si tratta.

Il velo e il volto

Il Volto Santo di Manoppello è un sottile velo, dai fili con trama orizzontale e di semplice struttura. Le misure del panno sono 17 x 24 cm. Questo reca l’immagine di un viso maschile, con capelli lunghi, e barba divisa a bande. Tale immagine è visibile identicamente da ambedue le parti. Non sono riscontrabili residui o pigmenti di colore. Gli occhi guardano, intensamente, da una parte, e verso l’alto. Il volto mostra segni di sofferenza, evidenziati da un rigonfiamento innaturale di una guancia, e la bocca gonfia. Questo è il volto.

La storia

Un racconto narra che il Velo fu lasciato in dono da uno sconosciuto al dottor Giacomo Antonio Leonelli, nel 1506 e che la sua famiglia lo conservò fino a quando fu venduto da Marzia Leonelli, a un tale Donato Antonio de Fabritiis. Il nuovo proprietario volle dare al velo una sistemazione più adeguata: frate Remigio da Rapino lavorò una cornice di noce che potesse ospitare il tessuto. E’ la cornice che ancora oggi ammiriamo nel santuario.


Perché è da considerarsi una reliquia?


Il “Volto Santo di Manoppello” è da considerarsi una reliquia “abbastanza recente”. Non certo per l’aspetto cronologico della sua storia, bensì per gli studi compiuti sopra di esso. Dobbiamo al gesuita padre Heinrich Pfeiffer, professore di Storia dell'arte cristiana presso la Pontificia Università Gregoriana, moltissimi studi in merito al “tessuto abruzzese”. Il Pfeiffer, vide il velo per la prima volta nel 1986, e ne studiò la storia. Fu proprio lui – con un libro del 1991 – a confutare la tesi che il velo in questione fosse quello della Veronica.  Tra l’altro, secondo sempre questo studio, l’immagine fu trafugata da S. Pietro all'inizio del Seicento, e finì a Manoppello, mentre a Roma fu messa una nuova copia al posto dell'originale. A suffragio del fatto che la famosa reliquia si trovasse precedentemente a Roma, è l’Anno Giubilare del 1300. In occasione di tale evento, infatti, il Velo della Veronica divenne una delle “Mirabilia urbis”. Ne parla anche il poeta Dante Alighieri, nel canto XXXI del Paradiso: “Qual è colui che forse di Croazia,/ viene e a veder la Veronica nostra,/ che per l'antica fama non si sazia,/ ma dice nel pensier,/ fin che si mostra:/ Signor mio Gesù Cristo,/ Dio verace/ or fu fatta la sembianza vostra?” (Versi 103-111).


Alcuni sorprendenti studi scientifici


Anno 1997. Parliamo dell’ “altro ieri” storico. Il professore Donato Vittori, dell’Università di Bari, conduce, in merito, un esame ai raggi ultravioletti. La scoperta: le fibre del Velo non presentano nessun tipo di colore. Osservando la reliquia al microscopio si scopre che non è né dipinta né tessuta con fibre colorate.


Secondo punto: attraverso sofisticate tecniche fotografiche, con ingrandimenti digitali, si è evidenziato come l’immagine che appare è identica in entrambi i lati del velo, come fosse una diapositiva. Ultimo punto, non certo meno interessante: dalle ricerche scientifiche svolte recentemente risulta inoltre che il volto della Sindone di Torino e quello che appare nel Velo di Manoppello sono sovrapponibili e delle stesse identiche dimensioni, con l’unica differenza che nella reliquia di Manoppello la bocca e gli occhi del viso sono aperti.


Sempre per “dover di cronaca” altri studi scientifici – che hanno portato ad altre conclusioni – sono stati eseguiti sul tessuto, di recente, nel 2001. Tali studi, invece, attestano la presenza di materiali sui fili del tessuto, cioè di probabile pigmento pittorico.


Le reliquie, come sappiamo, sono sempre state – e sempre saranno – materia di discussione scientifica, non si può nascondere questo dato. E, forse, risposte definitive, provate scientificamente del tutto, mai ci saranno. Ma questo non possiamo prevederlo, certo. Quello che invece possiamo sapere, è la nostra risposta del cuore al Vangelo, e al Credo. E quello non ha certo bisogno di indagine scientifiche.


Antonio Tarallo

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