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Gerusalemme, l’appello di Papa Francesco: Rispettare lo status quo della città

Il Santo Padre si sente al telefono con Abbas per discutere la questione dello spostamento dell’Ambasciata Usa. «Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione»

Gerusalemme, l’appello di Papa Francesco: Rispettare lo status quo della città
Credit Foto - Ansa - GIUSEPPE LAMI / POOL

«Il mio pensiero va ora a Gerusalemme». Francesco ha lo sguardo serio, di rado il tono dei suoi appelli esprime un’urgenza simile: «Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le risoluzioni pertinenti delle Nazioni Unite». L’annuncio di Donald Trump, il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, è incompatibile con la soluzione «due popoli, due Stati» che da sempre è sostenuta dalla Santa Sede. Soprattutto rischia di portare nuove tensioni e violenze in un mondo già troppo lacerato. Martedì sera, il Papa ha ricevuto una telefonata assai preoccupata da Abu Mazen, il presidente palestinese sperava che Francesco intervenisse.

E Bergoglio lo fa al termine dell’udienza generale in Aula Nervi, davanti a decine di migliaia di fedeli e le telecamere che ne rimandano l’immagine nel mondo intero: «Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace», spiega. «Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti».

L’8 giugno 2014, Francesco aveva inviato Abu Mazen e l’allora presidente israeliano Shimon Peres a pregare in Vaticano per la pace. «Il mondo è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, ma è anche un prestito dei nostri figli: figli che sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l’alba della pace, figli che ci chiedono di abbattere i muri dell’inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché l’amore e l’amicizia trionfino», aveva detto. «Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro, sì al dialogo e no alla violenza, sì al negoziato e no alle ostilità, sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni, sì alla sincerità e no alla doppiezza» (Corriere)



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