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Esclusiva: la tavola dell'ultima cena di Gesù con gli Apostoli

La reliquia dell’ultima Cena, per meditare sul dono dell’Eucarestia

di Antonio Tarallo

L’Ultima Cena: Gesù e i dodici apostoli. Il mondo dell’Arte più volte ha provato a rappresentare questo momento unico, a partire dal celeberrimo affresco di Leonardo da Vinci, a Tintoretto con i suoi colori scuri e misteriosi; dal misticismo, quasi “fotografico”, di Rubens, fino ad arrivare alla pittura del ‘900 con Salvator Dalì e la particolare reinterpretazione leonardiana di Andy Wharol. E l’Arte, si sa, è stata, da sempre, una sorta di “cartina tornasole” del sentire comune di ognuno di noi. Ma, alla fine, dobbiamo dirlo: il sentimento che proviamo di fronte a tale alto Mysterium, è così soggettivo che – forse – nessuna opera d’arte può realmente interpretare il nostro animo.

Infatti, pensare all’Ultima Cena di Gesù Cristo, desta nel cuore di ognuno, un susseguirsi – quasi disordinato, in una certa misura – di immagini che si accavallano come onde del mare. Anzi, come onde di oceano, vista l’immensità del dono che in quella Cena, Cristo ha voluto darci. Un susseguirsi di sentimenti, di parole, di stati d’animo, di preghiere, ci coglie. E’ un corollario quasi infinito, così come è infinito il Mistero che siamo chiamati a vivere gratuitamente, ogni volta che riceviamo l’Eucarestia. E, questo dono, è “nato” proprio in quell’Ultima Cena. Ecco come l’Evangelista Matteo, al capitolo 26, descrive il tutto:

“Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”.

Queste parole rappresentano – potremmo dire – il riassunto dell’intera esistenza di Gesù Cristo, con l’istituzione di quel “Pane di Vita”, “nutrimento” salvifico per ogni battezzato.

Dopo le diverse reliquie che abbiamo approfondito nelle “puntate” precedenti, oggi, grazie a un permesso speciale, concesso a “San Francesco, patrono d’Italia”, siamo di fronte a una reliquia sicuramente unica nel suo genere.

Ci troviamo nella Basilica papale di San Giovanni in Laterano. La preziosa reliquia non è visibile ai fedeli, ed è conservata sopra l’altare del Santissimo Sacramento, a circa quindici metri di altezza dal maestoso pavimento della basilica. E’ una stanza, minuscola, a cui si accede da alcune rampe di scale private della basilica romana. L’emozione nel salirle, per poi trovarsi catapultati in qualcosa di così infinitamente grande, è un po’ come fare un “viaggio a ritroso” nel tempo, alla Proust. Iniziamo allora questo viaggio.

Arrivati alla soglia della piccola stanza, prima di entrarvi, siamo subito colpiti da un’iscrizione posta sopra la porta. “HEIC AD ALTARE SACRAMENTI AUGUSTI UBI INTER SANCTIORA BASILICAE MONUMENTA RITE ADSERVANTUR ET AVITO RELIGIONIS STUDIO COLUNTUR INSIGNES RELIQUIAE MENSAE SACRATISSIMAE IN QUA D.N. JESUS DISCIPULOS SUOS COENA SUPREMA MUNERAVIT PERELEGANS HAEC AEDICULA AD LOCI MAIESTATEM AUGENDAM EX MUNIFICENTIA LEONIS XIII PONTIFICIS MAXIMI AB INCOHATO CONDITA EST ANNO MDCLXXXIV”.  

Traduciamo le importanti parole dell’edicola:

“Qui fra l’altare del sacramento augusto dove fra i monumenti più santi della basilica, si conservano in modo dignitoso e con religioso amore, per il rito, le insigne reliquie della mensa santissima, nella quale nostro Signore Gesù, regalò ai discepoli la suprema cena. Questa elegnatissima edicola fu innalzata per accrescere l’importanza del luogo dalla generosità di Leone XIII dall’inizio di quando è stata costruita, nel 1684”.

Entriamo nella stanza. Piccola davvero. Pochi metri quadrati che si affacciano direttamente sull’interno della basilica. La vediamo nella sua magnificenza, grazie a una vetrata. L’impressione è di essere in una sorta di “palco teatrale”, d’eccezione. E come immenso “palcoscenico”, abbiamo il grandioso altare maggiore, le navate, l’organo. Uno scenario che ti invita a riflettere sulla grandezza della Chiesa, nei secoli. Un dialogo infinito, tra Terra e Cielo, racchiuso in quelle guglie dell’altare maggiore.

Al centro della stanza, la teca di vetro dell’importante reliquia. Fa un certo effetto vedere su di essa, il riflesso della “siluette” del Cristo del bassorilievo in argento di Curzio Vanni (Sec. XVI), visibile dall’interno della basilica, posto proprio sotto la finestra della stanza. La luce proviene da questa apertura, e – come faro – illumina la stanza: la testa del Cristo e degli apostoli, cesellati dal Vanni, vengono proiettati in una specie di “gioco di luce” sulla tavola. E’ un’immagine alquanto significativa. Sulla tavola di legno che si reputa essere quella dell’Ultima Cena, vediamo così riflessa l’immagine di quella sacra sera, in cui si consumò la “Coena Domini”.

E’ la devozione popolare millenaria, quella che si respira in questa piccola stanza, scrigno di un “tesoro” che non ha nulla a che fare con l’oro, o con gemme preziose. No, è un “semplice” legno. Ma un legno che rappresenta ciò che l’Ultima Cena di Gesù ci ha donato: l’Eucarestia. Un bene che è salvezza, il “lascito” del Cristo per ogni fedele. Un tesoro che non conosce la corruzione del Tempo, né quello dello Spazio. E questa reliquia ci porta a meditare profondamente sul significato del Sacrificio del Cristo. Dal legno dell’Ultima Cena al legno della Croce: un percorso che si apre poi alla Luce eterna della Resurrezione. E di questa, non possiamo trovare alcuna reliquia, perché è viva. In mezzo a noi.



Antonio Tarallo

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