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Don Bosco e gli altri: dalle reliquie rubate alla vendita su Ebay

di Redazione online
Don Bosco e gli altri: dalle reliquie rubate alla vendita su Ebay
Credit Foto - Vatican Insider

In attesa di notizie dagli inquirenti che indagano sul furto del reliquiario contenente parte del cervello del grande santo piemontese don Giovanni Bosco, avvenuto la sera del 2 giugno nella basilica di Castelnuovo, la comunità salesiana e i fedeli pregano perché venga restituita. La domanda che serpeggia, più che sul chi è stato, è sul perché. Perché rubare il pezzo di un corpo di una persona morta 130 anni fa? Nessuna ipotesi è stata inizialmente scartata, da quella della bravata a quella del furto su commissione e persino quella della pista satanica. Certo, è difficile immaginare che chi compie atti del genere abbia fede o conosca almeno il detto «scherza coi fanti e lascia stare i santi». 

 



Il mento del Santo 

A Padova è conosciuto come «Il Santo», per antonomasia, ed è sant’Antonio, originario di Lisbona, grande predicatore francescano che nella città veneta concluse. Era il tardo pomeriggio del 10 ottobre 1991 quando un commando di tre uomini incappucciati ed armati entrò nella Basilica del Santo e dopo aver immobilizzato una guardia insieme ad alcuni attoniti fedeli trafugò il reliquiario che conteneva il mento di sant’Antonio. La preziosa reliquia venne fatta ritrovare dai ladri 71 giorni dopo. Furto per traffico di reliquie? No. Sette sataniche o interessi occulti? No. Un cadeaux per qualche ricco e patologico “reliquiofiloˮ? Nemmeno. Il mento del Santo era stato trafugato come arma di ricatto, per chiedere una sorta di scambio. Gli autori erano membri della “Mala del Brentaˮ, il mandante il boss Felice Maniero, detto “faccia d’angeloˮ, il quale aveva ordinato l’operazione con l’intenzione di costringere lo Stato a scendere a patti e ottenere la liberazione del cugino Giulio Rampin, in prigione per fatti di droga, insieme alla revoca della sorveglianza speciale per lui stesso. In effetti Rampin uscì di prigione e a Maniero vennero accordati dei permessi lavorativi ma non la revoca della sorveglianza speciale. Un mistero avvolse anche il ritrovamento, ufficialmente annunciato nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino ma in realtà avvenuto alle porte della città veneta.



Il vero obiettivo era la lingua 

Maniero confiderà in una intervista che il vero obiettivo del furto era la lingua del Santo. I tre esecutori avevano erroneamente pensato che la lingua del grande frate predicatore fosse dove doveva naturalmente trovarsi, e cioè dentro il mento. Invece era conservata in un altro reliquiario e fu salva. In un’intervista pubblicata nel 2011 sul Messaggero di Sant’Antonio, rilasciata per «riparare, anche solo per la miliardesima parte, al dispiacere che ho provocato ai fedeli», il boss Maniero ricordava di aver «ordinato di prendere la Lingua di sant’Antonio, molto più sostanziale per lo scambio. Invece, quegli zucconi mi arrivarono con il mento. A loro non dissi nulla. Dentro di me, però, feci questo pensiero: per prendere la reliquia sbagliata, di sicuro devono aver ritenuto, come tutti noi, che la lingua fosse dentro la bocca. Negli intenti, e poi nei fatti, quell’azione ebbe il risalto e l’eco voluti».



Reliquie in disuso? 

Nel febbraio 2001, sul mensile Jesus, lo scrittore Vittorio Messori affermava che sulle reliquie sembrava essere sceso «una sorta di silenzio imbarazzante, se non di rifiuto, quasi si trattasse di superstizione o, almeno, di un aspetto di anacronistica religiosità popolare». In effetti, per frenare gli innegabili abusi, talvolta eclatanti, in questa materia, si è arrivati, come spesso capita, al rischio opposto: minimizzare il culto dei santi e guardare alle reliquie come retaggio di epoche passate, un po’ sconveniente. Il culto delle reliquie sancito dai concili, rimane in vigore. Nella costituzione liturgica “Sacrosanctum Conciliumˮ del Vaticano II si legge: «La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini». Da sottolineare in particolare l’aggettivo “autenticheˮ. Rimane poi ancora in vigore la tradizione, iniziata nel IX secolo nella Chiesa latina, di incastonare una reliquia all’interno di ogni nuovo altare che viene consacrato. La parola reliquia deriva dal latino (reliquiae) e sta a letteralmente a significare “avanziˮ, “restiˮ ma poi assume il senso di “resti di una persona mortaˮ. In ambito cristiano, fin dal IV secolo, il termine è utilizzato non soltanto per definire i resti del corpo di un santo o di un martire, ma anche per gli abiti o altri oggetti che fossero stati a contatto con la tomba di un martire, oltre agli strumenti eventualmente utilizzati per la sua uccisione.



Luoghi comuni e verità 

Tra le reliquie considerate più preziose c’è ovviamente la croce di Gesù. Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, la ritrovò in una specie di cisterna sotterranea oggi visitabile nei pressi del Golgota, all’interno della Basilica del Santo Sepolcro. Frammenti della Santa Croce si trovano in tantissime chiese. Già nel 1543 Calvino nel suo “Traité des Reliquesˮ scriveva che «Non c’è abbazia così povera da non averne un esemplare… In breve se tutti i pezzi ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave». Il teologo protestante però aveva torto. La croce di Gesù, considerando il palo verticale già conficcato nel luogo dell’esecuzione (stipes, alto circa tre metri) e quello orizzontale che il condannato portava sulle spalle (patibolum, lungo circa 1,80) si ottengono all’incirca 36mila centimetri cubi di legno. Mettendo insieme tutte le reliquie della Santa Croce che sono conosciute si arriva a meno di 2.000 centimetri cubi. Ben diverso è il caso dei chiodi recuperati da Elena, secondo la tradizione. Difficile immaginare che fossero più di quattro ma nel mondo se ne venerano almeno 33 (18 dei quali in Italia). Un inganno? Forse. Ci sono però antiche cronache nelle quali si legge che spesso si limava una parte del chiodo ritenuto autentico per incorporare un po’ di polvere di ferro in un nuovo chiodo. Elevato anche il numero delle spine della corona posta sul capo di Gesù, come raccontano i Vangeli. Uno studio recente, del 2012, le ha censite una ad una arrivando a contarne la bellezza di 2.283, poco meno della metà conservate in Italia. Troppe? Può darsi. Di certo c’è che, anche a giudicare dall’immagine dell’Uomo sindonico, quella che siamo abituati a considerare una corona, cioè una fascia che corre attorno al capo ma non lo copre interamente, doveva essere in realtà una specie di casco, ottenuto intrecciando i rami della pianta Zizyphus vulgaris o Zizyphus jujuba, un rovo mediorientale con spine lunghe fino a 7 centimetri.



La “reliquiaˮ delle reliquie 

La Chiesa non si è mai pronunciata sulla sua autenticità, ma la custodisce e la venera con solenni ostensioni alle quali hanno partecipato anche i Papi. Parliamo della Sindone di Torino, che un discusso esame al radiocarbonio ha datato al Medio Evo ma che altre evidenze scientifiche e storiche portano invece a ritenere probabilmente il lenzuolo funebre di Gesù. A usare quella parola senza remore fu Giovanni Paolo II, anche lui oggi santo, con reliquie sparse nel mondo, basti pensare alle ampolline con il suo sangue raccolte dal suo segretario Stanislaw Dziwisz. Viaggiando verso il Madagascar, rispondendo a una domanda del vaticanista Orazio Petrosillo, grande studioso della Sindone, Papa Wojtyla disse: «Se si tratta della reliquia, io penso che lo è. Se tanti lo pensano, non sono senza fondamento le loro convinzioni del vedere in essa l’impronta del corpo di Cristo». Il 2 maggio 2010, durante la visita a Torino e alla Sindone, Benedetto XVI evitò accuratamente di usare il termine reliquia, preferendo sempre riferirsi al sacro lenzuolo come a un’icona. Ma meno di un anno dopo, in occasione della pubblicazione del secondo volume su “Gesù di Nazaretˮ lo stesso Pontefice usò quella parola osservando: «Inoltre è importante la notizia secondo cui Giuseppe comprò un lenzuolo in cui avvolse il defunto. Mentre i sinottici parlano semplicemente di un lenzuolo al singolare, Giovanni usa il plurale “teli” di lino (cfr 19,40) secondo l’usanza giudaica nelle sepolture – il racconto della risurrezione ritorna su questo ancora più dettagliatamente. La questione circa la concordanza con la Sindone di Torino non deve qui occuparci; in ogni caso, l’aspetto di tale reliquia è in linea di massima conciliabile con ambedue i rapporti». 



Abusi e web 

Per comprendere come non sempre vi sia stata adeguata attenzione e accuratezza da parte dell’autorità ecclesiastica in merito alle reliquie basta citare lo scabroso caso del presunto prepuzio di Gesù, tagliato durante la circoncisione rituale. Ne esistono in circolazione almeno una decina di esemplari e l’esistenza di queste presunte reliquie è stata anche oggetto di dispute teologiche sulla possibilità che un pezzetto seppur minuscolo della carne di Cristo potesse essere rimasta sulla terra dopo la sua resurrezione. Quello che è certo è che per anni i cristiani hanno venerato le reliquie, ritenendo un dono preziosissimo poterne avere un frammento. Oltre ai grandi reliquiari un tempo esposti nelle chiese e oggi talvolta confinati nei musei annessi o negli armadi, si sono diffusi migliaia di piccoli reliquiari da portare sempre con sé. Fondamentale, per il loro valore, il sigillo di ceralacca e possibilmente la dichiarazione di autenticità dell’autorità ecclesiastica. Culto del passato, dunque? Navigando sul web non si direbbe. Digitando la voce “reliquieˮ su Ebay, il sito di aste online, ci si rende conto di come il commercio sia piuttosto fiorente, con rivenditori specializzati e dunque altrettanto specializzati acquirenti. Il Codice di diritto canonico promulgato nel 1983 ne proibisce assolutamente la vendita. Ma i siti d’aste non sono tenuti a rispettarlo.



Listino prezzi, i più quotati 

Scorrendo questi elenchi si fanno delle scoperte. Ad esempio ci si imbatte nella potenza di Padre Pio da Pietrelcina, un cui «vero originale capello» viene venduto alla bellezza di euro 500. Più economico ma pur sempre caro un pezzo della sciarpa del frate stimmatizzato del Gargano. Tanto per fare paragoni, su Ebay costa meno un (presunto) frammento della croce unito un frammento di pietra del Santo Sepolcro (280 euro). Con 200 euro si acquista una reliquia di santo Stefano, protomartire cristiano, mentre quotazioni alte hanno tutte le reliquie collegate o collegabili a sant’Antonio da Padova: 150 euro per un minuscolo frammento. Decisamente più bassi i prezzi per i santi che portano aggregato un piccolo pezzetto di stoffa preso dagli abiti indossati dai santi: quello di santa Faustina Kowalska, alla quale era devotissimo Papa Wojtyla, costa 7 euro, mentre con 25,50 euro si possono avere ben 12 santino con altrettanti frammenti di stoffa presi da un sari di Madre Teresa di Calcutta. Solo 9 euro per un’immaginetta del vescovo martire Oscar Romero, assassinato in Salvador mentre celebrava la messa. E don Bosco, il grande santo salesiano del quale polizia e carabinieri cercando il frammento di cervello trafugato? Su Ebay ci son prezzi modici: un piccolo reliquiario dei primi del Novecento realizzato con del cordoncino rosso contenente un frammento della tonaca viene via per 10 euro. (Andrea Tornielli – Vatican Insider)


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