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Perseguitati nel Myanmar e respinti dal Bangladesh il destino dei Rohingya

di Redazione online
Perseguitati nel Myanmar e respinti dal Bangladesh il destino dei Rohingya

Perseguitati nel Myanmar e respinti dal Bangladesh: questo il destino del gruppo etnico di fede musulmana dei Rohingya che in fuga dalle operazioni militari in corso nel nordovest si trovano militarizzata la frontiera con il Bangladesh che non li vuole lasciare entrare. Amnesty International denuncia la violazione sistematica dei diritti umani di questo popolo che il Myanmar non riconosce come minoranza. L’unica salvezza è fuggire, come raccontano queste persone che sono riuscite ad arrivare in Bangladesh.

“Un gruppo di persone ha attraversato il fiume in barca per venire a qui, ma improvvisamente la barca è affondata. Molti sono riusciti a nuotare. Sette persone sono ancora disperse compresi i miei tre figli”, dice uno di loro. “I militari hanno portato via mio padre e i miei zii. Non so cosa è successo, se sono vivi o no, ho visto con i miei occhi che si sono fatti torturare per salvare me, ho raggiunto questa casa questa mattina attraversando il fiume in barca”, racconta una giovane donna.

Il governo birmano non riconosce la cittadinanza ai Rohingya, ai quali è anche vietato muoversi liberamente senza un permesso ufficiale. Secondo l’Onu negli ultimi anni più di 120mila rohingya sono fuggiti nei paesi vicini. “Spetta al governo del Bangladesh fare pressione sul quello del Myanmar per riportare la situazione alla normalità in modo che i Rohingya che sono arrivati da poco possano tornare indietro in modo sicuro e dignitoso”, dice John McKissick, capo della missione Onu in Bangladesh.

I Rohingya risiedono soprattutto nello stato birmano del Rakhine, al confine con il Bangladesh: sono quasi un milione su una popolazione di quattro milioni. Vivono in campi sovraffollati senza cure mediche e istruzione, nell’indigenza. Negli ultimi anni hanno subito violenti attacchi da parte della maggioranza buddista.

Nell’ultimo mese il giro di vite ha causato la morte di almeno 130 persone. Alla stampa straniera non è concesso entrare. http://it.euronews.com/


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