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Madrid: Maria, 85 anni e un figlio disabile. Il giudice grazia la mamma assassina

Madrid: Maria, 85 anni e un figlio disabile. Il giudice grazia la mamma assassina
Credit Foto - Corriere della Sera

Sì, ha assassinato suo figlio. Sì, i giudici hanno riconosciuto, oltre all’aggravante della parentela, anche quella di aver agito «a tradimento», «con alevosía», recita il codice penale spagnolo: un omicidio volontario, premeditato. Il che comporta generalmente il massimo della pena: l’ergastolo. Ma poi hanno guardato in volto la «Medea», in piedi alla sbarra, e hanno visto una donna anziana, dallo sguardo perso, rassegnato, indifferente alla sorte che l’attendeva, perché la condanna peggiore le era già stata inflitta: non era riuscita a morire con Tomás, il suo bambino. Un eterno bambino.


La stanchezza della mamma


A 64 anni, Tomás non era in grado di alzarsi, lavarsi da solo, cucinare, badare a se stesso. Era sordomuto dalla nascita e cieco da alcuni anni, invalido nei movimenti, dipendente in tutto da sua madre, María Luisa Martínez Barranco, 85 anni. Da quando il padre era stato ucciso da un tumore alla gola, erano rimasti a vivere da soli, lui e lei, sempre insieme, perché Tomás piombava nel panico se la mamma si allontanava.

María Luisa pensava al giorno, ormai vicino, in cui sarebbe rimasto solo per forza, al fardello che avrebbe lasciato agli altri due figli. Non le restava molto tempo,anche i suoi movimenti diventavano lenti e penosi. Così, quasi fossero risparmi, ha cominciato ad accantonare pillole e compresse sottratte, giorno per giorno, alle loro scatole di farmaci, in vista del momento in cui avrebbe preparato per entrambi il loro cocktail d’addio.


Il mix di pillole


È accaduto il 26 novembre del 2015, nella cucina di un appartamentino di Torres de la Alameda, a est di Madrid. Nel tritatutto, raccontano gli atti giudiziari, María Luisa ha ridotto in polvere una montagnetta di pastiglie, fluidificanti del sangue,antidepressivi, antinfiammatori, analgesici, immunodepressori, tutto quanto le era stato prescritto fino a quel momento per aiutarla sopportare le angherie della sorte. Poi ha diluito la polvere in due bicchieri d’acqua. Tomás ha bevuto docile nel suo, senza nemmeno chiedere che cosa fosse quella bibita amara. Subito dopo María Luisa ha trangugiato la sua. Poi si sono sdraiati sui letti gemelli della loro stanza. Li ha trovati una nipote, Sandra, già incoscienti.

In ospedale le lavande gastriche hanno funzionato soltanto con la madre, Tomás invece non si è mai risvegliato. La giustizia ha fatto il suo corso, forse senza approfondire, come hanno fatto i cronisti del Confidencial, il passato dell’assassina ottuagenaria. Poteva essere un’attenuante che avesse perso sua madre a 11 anni? Che fosse andata, ancora minorenne, a lavorare come domestica a Madrid? O che a 18 anni, appena sposata, guadagnasse qualche pesetas lavando, all’aperto, estate e inverno, le divise di una brigata di trenta paracadutisti, fino a farsi sanguinare le mani contro la tinozza di legno? O che il suo primogenito fosse morto improvvisamente, a due anni, senza una causa apparente? O che anche suo marito fosse diventato cieco con l’età?


L’accordo prima del processo


Il pubblico ministero aveva chiesto per lei sei anni di carcere e altri sei di ospedale psichiatrico. Ma i tutori della legge dello Stato, sempre assente nei 23.360 giorni nei quali Maria Luisa ha accudito da sola suo figlio, hanno deciso di scendere a patti con le loro coscienze: sì, ha avvelenato Tomás, «con alevosía», certo. Accusa e difesa si sono guardate e capite. E accordate: María Luisa dovrà affidarsi agli psichiatri, ma è libera di tornare a casa, con la pena che nessuno potrà addolcirle.


Elisabetta Rosaspina, Corriere della Sera 



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