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FRA ALBERTO JOAN PARI: «COSTRUIAMO UNA CASA DI PREGHIERA PER LE TRE RELIGIONI»

Il giovane frate francescano della Custodia di Terra Santa ha dato vita ad «Amen» un’iniziativa che unisce cristiani, ebrei e musulmani nella condivisione del dialogo con Dio

FRA ALBERTO JOAN PARI: «COSTRUIAMO UNA CASA DI PREGHIERA PER LE TRE RELIGIONI»
Credit Foto - Pixabay - Pompi

Di Giuseppe Caffulli

Una delle immagini che fra Alberto ha più nel cuore, lo ritrae assorto in preghiera, accanto a ebrei, musulmani e cristiani delle varie confessioni, in una delle aree verdi che circondano le mura di Gerusalemme. L’occasione è quella del Mekudeshet, il Festival della cultura dello scorso anno, durante il quale è stata proposta un’esperienza interreligiosa denominata Amen, una casa di preghiera per le tre religioni. Attività che si è ripetuta anche quest’anno, all’inizio di settembre, e che ha visto la partecipazione di uomini di fede e di cultura appartenenti alle tre religioni monoteistiche, ugualmente convinti che «dobbiamo imparare a vivere e arricchirci a vicenda sotto lo stesso cielo».

Fra Alberto Joan Pari è un giovane frate minore francescano della Custodia di Terra Santa che del dialogo con il mondo ebraico e musulmano ha fatto la sua missione quotidiana. Nato in provincia di Brescia, cresciuto tra Cremona e Verona, fra Alberto è laureato in Pedagogia, con una tesi sui testi scolastici usati alle scuole elementari durante il periodo fascista. «Da quella ricerca», ricorda oggi, «nacque il mio interesse per la cultura ebraica e il mondo semita».

VOCAZIONE AL DIALOGO
I vari soggiorni presso la comunità ecumenica a Taizé, in Francia, lo aiutano a maturare la sua vocazione religiosa. «In quel contesto capii di essere chiamato a una vita religiosa comunitaria con un’apertura ecumenica e una sensibilità al dialogo, a contatto con diverse culture, lingue, e confessioni religiose». Una vocazione che si concretizza con l’ingresso nel noviziato dei Frati minori in Terra Santa, dove al termine del percorso di formazione viene ordinato sacerdote.

Lo studio della lingua ebraica gli permette di svolgere per un periodo il suo ministero nella comunità cattolica ebreofona di Tel Aviv. Attualmente studente di Scienze bibliche e archeologia presso lo Studium biblicum franciscanum di Gerusalemme, fra Alberto è anche direttore dell’Istituto Magnificat (la scuola di musica della Custodia di Terra Santa frequentata da cristiani, musulmani ed ebrei) e incaricato della Custodia di Terra Santa per il dialogo culturale, ecumenico e interreligioso. Parlare dell’esperienza di Amen, e dei «piccoli semi» che con essa sono stati lanciati, lo emoziona sempre. Non è infatti usuale, a Gerusalemme, per uomini e donne di fedi diverse ritrovarsi a pregare insieme, ciascuno nel solco della propria tradizione. «Ricordo il mio primo incontro con Tamar (una donna rabbino, fondatrice della comunità Sion collegata al movimento ebraico Masorti, ndr): durò tre ore. La sua richiesta fu molto diretta: “Voglio saperne di più su come pregate”, mi disse».


Tamar aveva iniziato lo stesso percorso con Ibtisam Mahameed, palestinese, musulmana, fondatrice del gruppo La tenda di Hagar e Sarah (le due mogli di Abramo, madri rispettivamente di Ismaele, patriarca dell’islam, e di Isacco, patriarca dell’ebraismo), che organizza incontri tra donne per momenti di condivisone sulle rispettive fedi.

PREGARE INSIEME
 Tra Alberto e Tamar nasce un’amicizia e presto si costituisce un piccolo gruppo, una decina di persone, accomunate dalla lingua ebraica e dal desiderio di condividere la ricchezza spirituale dell’altro. Per due anni il gruppo si ritrova mensilmente per uno scambio di esperienze sulla Parola di Dio. Il numero di persone coinvolte cresce, fino a raggiungere la trentina. «Ma i musulmani erano esclusi», spiega fra Alberto, «e il livello era molto elevato, rendendosi necessario un bagaglio biblico, patristico o teologico troppo elitario.

Siamo ripartiti da una esperienza più “umana”, più pratica». Un progetto di beneficienza: «Facevamo una raccolta di indumenti usati, rimettendoli in sesto per poi distribuirli ai bisognosi. I musulmani gestivano tutta la parte pratica». Dopo i due anni di lavoro insieme, è Tamar, in modo perentorio, ad alzare l’asticella. «Mi disse senza troppi giri di parole: “Ci siamo conosciuti nello studio dei testi, ci siamo conosciuti a livello umano, adesso non sarebbe ora di incontrarci nella preghiera?”. Di fatto, nessuno di noi sapeva nulla delle preghiere dell’altro. Noi cristiani avevamo forse tutt’al più un’idea della preghiera ebraica… Ma che testi vengono usati, e come sono strutturate queste preghiere? E soprattutto, cosa prova un fedele quando prega? E cosa ne è della preghiera spontanea?

A partire da questi interrogativi abbiamo deciso di riunirci ogni settimana intorno a quest’unico tema della preghiera, in incontri durati anche una giornata intera».

DIO AL CENTRO
Per un disegno della Provvidenza si concretizza la possibilità di proporre anche eventi pubblici d’incontro e dialogo, con l’invito a prendere parte al Festival della cultura. «Sin da quando il nostro gruppo fu invitato a partecipare al festival, sapevamo che queste giornate sarebbero state frequentate da persone di ogni genere, credenti e atei. È questo il motivo per cui non abbiamo scelto temi quali la bellezza di stare insieme, la pace, l’amore… temi che potrebbero indurre a credere che in fin dei conti siamo tutti uguali. No, abbiamo voluto tematiche come l’unicità di Dio, la preghiera, la misericordia e il perdono. Non siamo certo il primo gruppo a fare del dialogo interreligioso, ma siamo di sicuro quello che ha dedicato più tempo e cura a pensare a ciò che avremmo proposto a un pubblico più ampio». La risposta è stata sorprendente: ogni giornata è stata partecipata da un folto pubblico, desideroso di conoscere e di condividere. «La strada è lunga», spiega il francescano, «ma a noi tocca percorrerla, con fiducia nel Signore della storia».

COME SAN FRANCESCO
 Quello che fra Alberto cerca di rendere attuale, nella Gerusalemme di oggi, è in sostanza l’insegnamento di san Francesco: «Andare tra i non cristiani», con lo stile proprio della minorità. «Che significa ascoltare, non imporre nulla, porsi al fianco come fratello, condividere. E quando è il momento opportuno, testimoniare il Vangelo». Una storia attuale, capace di seminare speranza in una terra difficile e martoriata come la Terra Santa. Una storia che rinnova l’impegno che i figli di Francesco portano avanti ormai da otto secoli a Gerusalemme, la città prescelta da Dio, sulle cui mura egli ha posto le sue sentinelle. (Famiglia Cristiana)



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