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Francesco dona il mantello a un povero di Timothy Verdon

di Redazione online
Francesco dona il mantello a un povero di Timothy Verdon

Pure la seconda scena del ciclo descrive un incontro, avvenuto forse nel 1204: quello di Francesco con un povero a cui dà il proprio mantello. Bonaventura racconta che il giovane era stato per qualche tempo malato, ma “riacquistate le forze fisiche, si procurò, com’era sua abitudine, vestiti decorosi”. Com’era sua abitudine: il futuro santo era cioè vanitoso, preoccupato del proprio aspetto; Bonaventura allude addirittura alla sua vita dissoluta, precisando che Francesco “non aveva ancora imparato a contemplare le realtà celesti…”. Ma il ragazzo era anche sensibile e generoso, e, incontrando il nobile decaduto, lo commiserò “con affettuosa pietà”. Giotto illustra questa capacità d’immedesimarsi nell’altrui situazione, ponendo al centro un Francesco che guarda con commozione l’uomo nato al benessere ma ridotto a una povertà che lo umiliava.

Il santo si spoglia allora del vestito procurato per se stesso e lo dà al cavaliere: è un dono spontaneo, l’uomo non aveva chiesto nulla e infatti sembra stupito, quasi incredulo. Ma, seppur spontanea, la generosità di Francesco replicava quella di un eroe della prima cristianità, il soldato Martino di Tours, il quale, vedendo un giorno un uomo che soffriva dal freddo, aveva diviso in due il proprio mantello per dargliene la metà; qui Francesco, dando tutto il mantello, ovviamente supera Martino—un fatto, questo, che avrebbe colpito il pellegrino medievale. E anche se si tratta di un gesto solo istintivo, questa prima ‘spoliazione’ è carica di significato, preannunciando la rinuncia definitiva ai beni che Francesco compirà qualche tempo dopo—quella rappresentata nella campata successiva, nell’analoga posizione mediana. L’una e l’altra rinuncia avvicinano Francesco a Cristo, il quale, “pur essendo di natura divina…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Filippesi 2,6-7).

Bonaventura non dice dove sia avvenuto questo incontro, ma Giotto ambienta l’episodio in campagna, sotto le mura di Assisi e vicino a un paesello. Guidato dai frati, intende forse associare il dono della veste con un’esperienza descritta da Tommaso da Celano in cui Francesco, uscendo in campagna dopo la sua malattia, si stupì di non provare piacere nella natura. Il futuro cantore delle bellezze naturali infatti era oppresso dall’attaccamento alle ricchezze, da cui si doveva ancora liberare, entrando nel senso delle parole del Salvatore: “Per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo…io vi dice che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro” (Matteo 6,28-29). Qui, alle spalle di Francesco che si spoglia per compassione, lo sconfinato paesaggio diventa metafora di libertà.
Timothy Verdon


Redazione online

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