cronaca

SORELLA LEBBRA

Enzo Fortunato google
Pubblicato il 17-12-2017

Tra i francescani che gestiscono un lazzaretto in Vietnam, dove i «rifiuti» della società vengono accolti, curati e accuditi. E dove non si sa se sono più commoventi le storie dei frati o quelle dei malati.

Nel lebbrosario di Thai Binh. Ogni anno l'Organizzazione mondiale della sanità diagnostica oltre 200 mila nuovi casi di lebbra nel mondo. Di questi, due terzi sono nel Sud-Est asiatico. Frate minore conventuale di Assisi, giornalista e direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, del mensile San Francesco Patrono d'Italia e del portale sanfrancesco.org. della vita di Francesco d'Assisi c'è un fermo immagine che definisce un prima e un dopo: l'incontro con il lebbroso. Un momento descritto con particolare intensità nel Testamento di san Francesco che segna la sua conversione. Siamo appena tornati da uno di questi «lazzaretti» che contano 238 persone affette dal morbo di Hansen nel nord del Vietnam,accudite dai nostri frati francescani. Persone a cui la lebbra ha sfigurato volto e anima. Mi son chiesto chi stia perdendo l'umanità, se noi o loro. Siamo a Thai Binh, a tre ore da Hanoi, in un villaggio di 400 anime, tutti contadini o pescatori. Gente povera che guadagna due dollari al giorno se la pesca va bene, altrimenti si accontentano di niente. In questo luogo sperduto una manciata di frati, con il sorriso sulle labbra e l'amarezza negli occhi, si occupano degli ultimi della terra come possono, nonostante i cristiani qui siano solo il 7 per cento. Uno dei problemi quotidiani è l'acqua, l'acqua buona, che non minacci di colera le persone a ogni sorso irrinunciabile nei pressi dell'equatore, dove d'inverno ci sono 25 gradi e l'umidità supera l'85 per cento. Per questo i frati hanno scelto di mendicare per realizzare un progetto piccolo ma che dona quotidianamente boccioni da 20 litri d'acqua alle famiglie, che tutti i giorni fanno la fila per portarne a casa uno e assicurare la salute dei propri cari. Missionari che hanno scelto di dedicare la propria vita agli altri. Come John Hau, un ragazzo di 28 anni, che ha studiato tanto per diventare medico pediatra, ma per lui una vita fatta di carriera e successo non valeva la pena di essere vissuta. Così da tre mesi è postulante, in questa comunità che oltre a regalare l'acqua aiuta i lebbrosi e i bambini orfani, in difficoltà, che nessuno vuole. I frati ci tengono a dire che non hanno intenzione di aprire un orfanotrofio, ma qui non si tratta di scegliere, di prendere decisioni, in certi momenti si può solo agire. In questi posti la giornata inizia presto, alle 4.30. Il tempo di un caffè e ci rechiamo alla santa messa. I banchi sono già tutti pieni, qui c'è ancora tempo per il Signore. Gli abitanti la chiamano la chiesa dei lebbrosi, forse con disprezzo, ma non sanno che qua dentro il tempo si ferma, l'uomo si ritrova, tra un pugno di riso al mattino - i frati preparano per quelli che hanno partecipato alla mensa del Signore - e una carezza alla sera, prima di andare a dormire, per ricordare loro che non sono soli. La sensazione, attraversando gli angusti corridoi del lebbrosario, sembra portarci indietro nel tempo. Gli odori, forti e acri, entrano nelle narici e si imprimono nella mente. Camere arredate con un letto spartano, una vecchia tv, un ventilatore e qualche tazza. Alle pareti le immagini di Papa Francesco e di Gesù. Vige una nudità coperta dall'amore vicendevole. Molti non hanno più le mani, eppure si aiutano tra loro. Mentre mangiamo con i lebbrosi, quel po' di riso cucinato dai frati, sentiamo storie che ci mostrano cosa accade quando si smarrisce l'umanità. Van Bop Pham è stato portato qui quando aveva sei anni. Ora ne ha più di 80. Poco dopo il suo arrivo i genitori lo hanno abbandonato, doveva mendicare per non morire di fame, così la vicina chiesa era il suo unico mezzo di sostentamento. Theresa Huu invece è una lebbrosa che ha partorito un bambino miracolosamente sano, le diventano però lucidi gli occhi quando ci racconta che, una volta cresciuto, forse la vergogna è stata per il figlio più forte dell'affetto per la madre e sono oramai anni che non la viene più a trovare, perché in queste zone la lebbra fa paura. Come del resto accade ancora oggi in Italia. Non tutti sanno infatti che da noi, a Genova, accanto alle nostre case, esiste un lebbrosario ma qui si chiama dermatologia sociale, per non turbare la sensibilità di nessuno. Mentre scriviamo ci tornano alla mente le parole di papa Francesco dirette alle famiglie francescane pellegrine a Roma: «Aprite i vostri cuori e abbracciate i lebbrosi del nostro tempo». Sì, perché oggi la lebbra è quasi scomparsa in Europa come malattia ma i lebbrosi no: questi sono ancora tanti, sono gli ultimi, i rifiuti della società, quelli che non andiamo più a trovare. Allora chissà se anche a casa nostra è possibile - come nelle pianure del Vietnam, in quell'inferno, dove sventolano ancora le bandiere rosse con la falce e martello, dove la vita e la morte si mescolano in un acquitrino scuro e torbido - veder sbocciare, per paradosso, fiori di loto in tutta la loro prorompente bellezza.

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