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Roma, atterrati 113 profughi con i "corridoi" della Chiesa

Roma, atterrati 113 profughi con i
Credit Foto - Avvenire

Il volo della speranza è atterrato. Centotredici rifugiati eritrei sud sudanesi e somali sono sbarcati all'alba all'aeroporto di Fiumicino con il volo proveniente da Addis Abeba per il corridoio umanitario aperto dalla Cei insieme al Governo Italiano in Africa con la comunità di sant'Egidio e la Caritas Italiana. Dopo le procedure di identificazione delle autorità Italiane hanno finalmente incontrato i rappresentanti delle 18 Caritas diocesane che li accoglieranno e nel pomeriggio li porteranno nelle loro nuove case in Italia dove rimarranno un anno durante il quale dovranno Imparare l'Italiano, iscriversi a corsi di formazione e trovarsi un lavoro.


Corridoi umanitari: atterrati a Roma i 113 profughi provenienti dai campi in Etiopia


Il varco della speranza voluto dalla Chiesa italiana si riapre per gli ultimi dell’Africa: riparte una rotta che va in direzione contraria rispetto all’aria avvelenata dalla xenofobia e dal razzismo che spira in Europa e in Italia. Una alternativa legale al traffico di esseri umani e alla morte e che porta con sé la richiesta di restare umani. 


Da Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, prende il via la seconda e più consistente tornata del primo corridoio umanitario dall’Africa organizzato in accordo con il governo italiano dalla Cei – che finanzia con i fondi dell’otto per mille ed è rappresentata qui da Caritas italiana e Fondazione Migrantes – dalla comunità di Sant’Egidio (che sta conducendo con successo da circa due anni i corridoi umanitari diprofughi siriani dal Libano con le Chiese evangeliche) con la collaborazione in loco dell’ong Gandhi Charity. Il progetto prevede che ne arrivino legalmente 500 in 12 mesi. Venti sono arrivati a novembre e altri voli partiranno in estate e in autunno. 

Sono decollati nella notte dall'aeroporto di Addis Abeba 113 rifugiati africani - tra loro 88 eritrei, 22 sud sudanesi e 3 somali - in partenza lunedì sera per Fiumicino con il corridoio umanitario della Chiesa italiana. Molti hanno raggiunto i punti di ritrovo dopo aver lasciato gli appartamenti dove stavano i 51 urban refugees eritrei somali e sud sudanesi selezionati da Caritas italiana e dalla comunità di Sant'Egidio con la ong Gandhi. A loro si stanno aggiungendo altri 62 eritrei scelti nei campi del nord.

Verranno accolti per un anno in 18 diocesi di tutto il territorio italiano che a loro volta hanno coinvolto in questa sfida dell’accoglienza diffusa associazioni, famiglie e volontari. Il protocollo firmato l’anno scorso con il governo italiano lascia alla Cei gli oneri finanziari e il compito difficile di scegliere chi far passare nel pertugio umanitario previsto dal codice Schengen. Insieme a Sant’Egidio, gli operatori della Caritas.


Grazie all’esperienza ventennale sul posto di Gandhi Charity, hanno selezionato nei campi le persone più vulnerabili in carico all’agenzia governativa Arra e all’Acnur per malattia, perché sofferenti per le torture subite in patria o sulla rotta migratoria (come gli scampati all’inferno del Sinai), le famiglie numerose o le donne sole con figli. Con gli stessi criteri sono stati scelti i rifugiati urbani indicati dagli stessi enti e dalle congregazioni religiose.


La casa dei trolley


L’Etiopia è in fermento per gli scontri interetnici, da alcun giorni è stato dichiarato lo stato di emergenza e il governo, dopo aver portato 62 rifugiati scelti nei campi nella capitale per le formalità burocratiche un mese fa, ha preferito lasciarli qui. Gli organizzatori hanno affittato una grande casa alla periferia per ospitarli insieme. La strada per raggiungerla è una laterale della grande arteria che corre verso l’aeroporto, tra le case in costruzione e i cantieri della bolla edilizia che accompagna il boom economico locale. Entrati nella casa a due piani, si resta colpiti dall’ordine.


Nella sala al piano terra dormono in 10, i giacigli stesi sul pavimento, vicini a zainetti e logori trolley pronti per la partenza imminente. Tra i 62, tutti eritrei, ci sono 20 bambini (alcuni disabili) e 17 donne. Tutti provenienti dal campo di Mai Aini, 150 chilometri dalla frontiera, dove ne vivono 7.000. Ci sono almeno altri 50.000 profughi dal piccolo Paese del Corno d’Africa nei 4 campi della zona e la fuga continua al ritmo di 150-200 al giorno. Dieci anni fa ne scappavano 250 al mese.


Il sogno dell’antropologo


Molti nei campi ci sono arrivati otto o dieci anni fa. Come Teame, che parla inglese, ha 27 anni e ha disertato dall’esercito asmarino che impone una leva senza fine ai cittadini eritrei a 18. Non ha detto nulla alla famiglia, perché in Eritrea non ti puoi fidare di nessuno. Ma nei campi non si è arreso, ha vinto una borsa ed è riuscito a studiare antropologia e insegnare ai bambini del campo. In Italia lo aspetta la diocesi di Aversa. «Questa è la mia grande occasione, voglio studiare e tornare indietro a insegnare ai bambini eritrei per rendermi utile e dimostrare che anche dai campi profughi si può uscire». E realizzare un sogno.


Il monaco perseguitato


Sguardo sorridente e l’abito nero e lungo del prete ortodosso Abraham, 25 anni, a Firenze avrà finalmente la possibilità di consacrarsi. In Eritrea era stato costretto ad arruolarsi e a ignorare la sua vocazione. Allora è stato incarcerato tre anni come disertore. «Ma io appartengo a Dio, non al governo e il militare non volevo farlo anche se sapevo cosa mi aspettava», racconta accovacciato sui talloni, alla maniera tigrina. Lo hanno rinchiuso in una ex fattoria dove veniva regolarmente umiliato dai carcerieri: «Il cibo consisteva in tre fette di pane al giorno e da bere solo acqua sporca. Una volta i militari hanno appiccato il fuoco ai miei capelli, spesso mi picchiavano». Quando è riuscito a uscire dal carcere, vicino al confine, dice di aver seguito le indicazione della croce ed è riuscito a passare la frontiera etiopica di notte, a piedi e a mettersi in salvo.


La città dei rifugiati


Ad Addis Abeba, quasi 4 milioni di abitanti, in continua espansione per le migrazioni interne, vivono circa 80mila rifugiati urbani, solo 20mila ufficiali. Tra questi Daniel, 49 anni, con la sua grande famiglia che conta moglie e otto figli di età variabile da 28 anni a 10 mesi. Sudanese delle tribù Nuer, nel 1995 con moglie e tre figli è scappato da una vecchia guerra che contrapponeva il nord al sud Sudan che voleva l’indipendenza poi raggiunta nel 2011. Ma poi è scoppiata un altra guerra civile e Daniel non ci è più potuto tornare. Agricoltore, è vissuto nel campo profughi di Intang finché una sassata durante violenti scontri tribali ha colpito alla testa il primogenito Nial lasciandolo semiparalizzato. Sono quindi stati trasferiti nella capitale e sono diventati rifugiati urbani. Daniel per legge non può lavorare e deve accontentarsi del sussidio governativo di 4500 birr mensili, circa 130 euro. «O paghiamo l’affitto o mangiamo – spiega Daniel –. Ho sempre fatto studiare i miei figli, ma il materiale costa». Ora andranno a Sorrento, anche se confessano di non conoscere l’Italia e di non aver mai visto il mare. Nial, che deve ancora curarsi alla gamba, vuole finire gli studi di economia. E Daniel ha un solo desiderio, lavorare. Dall’Etiopia porterà la bandiera del Sud Sudan, la patria che non ha mai avuto e che sorvolerà tra 48 ore, mentre la sua vita cambierà per sempre. Nell’aria fresca di Addis Abeba i volti e le storie semplici e drammatiche di uomini, donne e bambini senza casa né patria, con il diritto di chiedere aiuto per uscire da una situazione senza sbocchi, riportano tutto alla dimensione naturale. Quella della solidarietà.


Avvenire, Paolo Lambruschi



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