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Nella polveriera d'Egitto, la sola vettura che Francesco è determinato a blindare è quella del dialogo interreligioso

di Piero Schiavazzi
Nella polveriera d'Egitto, la sola vettura che Francesco è determinato a blindare è quella del dialogo interreligioso

La sola vettura che il Papa è disposto, anzi determinato a blindare, in questo audace viaggio sulle rive del Nilo, è quella del dialogo interreligioso, che non può rimanere in sosta. Deve proseguire. Portando a destinazione il proprio carico, di speranze e ripartenze, protetto e schermato dai pericoli che lo insidiano: "Perché l'unica alternativa alla civiltà dell'incontro è l'inciviltà dello scontro".

Davanti alla platea raffinata dell'alta società cairota e a quella sconfinata, televisiva di un miliardo e seicento milioni di musulmani, che osservano guardinghi dal Marocco alle Molucche, in un arco di dodicimila chilometri, Bergoglio è venuto a rinforzare, o meglio a corazzare il movente di un comune cammino, e comunità di destino, tra gli uomini che cercano Dio, "con sincerità d'intenti", lungo i sentieri oscuri del XXI secolo: "Proprio nel campo del dialogo, specialmente interreligioso, siamo sempre chiamati a camminare insieme".

 

Da Regensburg ad Al–Azhar: ci sono luoghi e giorni, percorsi e discorsi fatidici che aprono e chiudono i cerchi della storia. Date, e dati omogenei, che misurano il raggio e il passaggio di un'epoca. Fungono da start e stop. Azzerano le strategie dei leader e ne tratteggiano di nuove per l'avvenire.

"Interceda per questo San Francesco di Assisi, che otto secoli fa incontrò il Sultano Malik al Kamil”: Sebbene stesse parlando in ateneo, il Papa è sceso subito dalla cattedra, spogliandosi dell'habitus, mentale, di presunta superiorità filosofica del Cristianesimo, nei termini di maggiore, funzionale predisposizione alla democrazia e libertà di coscienza, che Ratzinger vantò, orgogliosamente, nella celebre lectio del 12 settembre 2006.

Così, a dieci anni abbondanti da Ratisbona, la campagna d'Egitto di Francesco e il suo approdo alla tribuna più prestigiosa, rinomata della Umma, fissano il segnale della svolta, e inversione di rotta, nei rapporti tra Chiesa e Islam.

Con un curioso paradosso paesaggistico, però. Il Pontefice romano giunge infatti nella terra dei faraoni per confrontarsi con una religione che a differenza del cattolicesimo non presenta un assetto piramidale. Bensì orizzontale, spalmato e distribuito in una miriade di obbedienze, di appartenenze, tra vette di sapienza e abissi di barbarie, mezze lune splendenti e zone d'ombra silenti.

Non solo una partita in trasferta, dunque, ma pure un terreno tra i più difficili.

Ratzinger, dalla propria metà campo, aveva effettuato a sorpresa un lancio lungo, di stile mitteleuropeo, saltando il filtro dei confini e delle mediazioni, con frasi che si proiettavano direttamente a rete ma ottennero, per contro, di compattare le difese avversarie.

Bergoglio, invece, si addentra in area e si produce in una serie di dribbling, specialità sudamericana. Muovendo in spazi stretti ma senza finire in fuori gioco, attento a non spingersi oltre o urtare la sensibilità dell'uditorio: "Insieme, da questa terra d'incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un no forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l'incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica".

In luogo della cattedra, Francesco sa bene di essere assiso su di una polveriera. Novanta milioni di anime. A cavallo di due continenti e a rischio continuo di deflagrazioni: come stava ripetutamente per accadere, nel 2011 – 2013, tra sussulti vitali e salti mortali, conati libertari e rimpianti autoritari, ondate di democrazia e derive di sharia.

Più del Pakistan atomico e radicale, più dell'Arabia energetica e feudale, l'Egitto affamato e ultra-popolato costituisce il target primario del network del terrore. L'arsenale che America e Russia, Emirati e Sauditi non possono permettersi di perdere. La bomba umana in grado di sconvolgere per sempre i fragili, precari equilibri del Maghreb e Medio Oriente. Generando un effetto domino capace di far dimenticare, a Ovest quanto a Est, i precedenti libici e mesopotamici.

Vis à vis con Al - Sisi, faraone dal volto di sfinge, sulla bilancia truccata e ingrata della storia in guisa di un suk, fra drammi epocali e tragedie personali, tra diritto negato e ragion di stato, il Papa di tutti e di ciascuno è costretto a sperimentare i doppi pesi e a misurarsi con l'ambiguità di un regime che da un lato difende, tutela i cristiani e dall'altro uccide, tortura Regeni.

Dopo le aperture a Putin (2013) e agli Ajatollah (2014), che hanno rimesso in gioco la Russia e l'Iran, per fronteggiare l'IS e proteggere le chiese, la visita di Bergoglio al generale presidente compensa il fianco rimasto scoperto, con il Rais del Cairo e i suoi sponsor di Riad, diradandone i sospetti e recuperando l'intesa con la componente sunnita, che assomma in sé l'ottanta per cento del mondo islamico.

"Fedi diverse si sono incontrate e varie culture si sono mescolate, senza confondersi ma riconoscendo l'importanza di allearsi per il bene comune".

Sotto il sole "dell'unico Dio misericordioso", nella terra di Nasser, che il Pontefice ha omaggiato con un riferimento alla rivoluzione laica del '52, la campagna d'Egitto di Francesco rivela unitamente all'impegno religioso la trama di un preciso disegno geopolitico. Un'alleanza delle antiche civiltà e patrie del Medio Oriente, bandendo i protagonismi unilaterali da sceriffi e smascherando il demone della nuova barbarie, che minaccia di annientarle tutte, una dopo l'altra, in rapida sequenza, ed emerge ogni volta diverso, come sullo schermo di un film horror, dal fondo disgregato e messo in mostra del mosaico in frantumi.


Piero Schiavazzi

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