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Elezioni 2018: quale Italia uscirà dalle urne?

di Lucia Annunziata
Elezioni 2018: quale Italia uscirà dalle urne?
Credit Foto - Redazione online

Stavolta toccherà all’Italia fare da battistrada e da cavia. Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 saranno il primo turno di una lunga serie elettorale dell’anno – da quelle russe, a quelle brasiliane, a quelle di mid-term in America, fino a possibili nuove consultazioni tedesche – in un giro che dovrebbe dare il polso della situazione nel mondo, nel primo periodo di uscita dalla crisi globale.

A noi italiani tocca il ruolo di cavia per capire se nel sud Europa si sono fermate l’onda del populismo e l’instabilità politica. Lasciato a se stesso questo paese andrebbe in rovina e prenderebbe tutte le strade sbagliate. Il compito che si sono ritagliate le istituzioni, di conseguenza, è quello patriarcale, paternalista, e dunque autoritario, di preparare una soluzione politica a una politica che non sa risolvere i problemi.



Le audaci geometrie governative per assicurare la stabilità hanno nei fatti bruciato ancora di più i ponti fra istituzioni ed elettori. Mentre contemporaneamente – da Bersani a Letta, a Renzi, e ora chissà Gentiloni – hanno bruciato anche un capitale politico di cui avremmo oggi ancora molto bisogno. Il risultato è che un’operazione fatta con mano pesante dalle Istituzioni per dare stabilità al paese, ci ha consegnato l’esatto contrario: un paese in cui i partiti sono liquefatti e il ritorno al proporzionale condanna ogni partito a perdere.



Sarebbe interessante oggi sentire cosa pensano di questo passato prossimo proprio le persone che vi sono rimaste intrappolate. Ma tant’è: la campagna elettorale, che dovrebbe essere il luogo della “comunione” con i cittadini è diventata da tempo un lugubremente finto cerimoniale di sorrisi, eventi e rappresentazioni pubblicitarie.



Eppure la società in cui viviamo si è spappolata meno di quel che sarebbe stato possibile in un ciclo di crisi iniziato più di un decennio fa, nel 2007 che ha trasformato il mondo in cui viviamo. Le reazioni di questi anni, pure drammatiche – il ciclo di guerre, il terrorismo, la violenza razzista – sono ben al di sotto di quel che sarebbe potuto accadere, considerando il travaso di ricchezza e rilevanza fra paesi e continenti dovuto allo sviluppo delle tecnologie.



In Europa il ciclo populista e indipendentista si è in qualche modo arenato – e, come in Italia, l’originaria spinta antisistema di cinque anni fa è diventata spinta sul sistema più che rivolta. La fine della parte peggiore della crisi economica sta esercitando la sua influenza, apportando una sorta di moderazione alla rabbia degli anni più duri.



Ma proprio questo momento di minimo di ripresa occorre avere più attenzione. Su questo punto l’intervento di fine anno di Mattarella è stato una positiva sorpresa: il futuro, e il nuovo mondo in cui già questo futuro ci ha portato, è l’unica vera sfida a cui non possiamo sottrarci, e su cui vale la pena di dirigere ogni energia.



Al di là del sollievo economico momentaneo (e per ora limitato) di un inizio di ripresa, l’uscita da questa crisi non sarà facile perché la sua soluzione non ci riporterà semplicemente dove eravamo, ma in un luogo completamente diverso: milioni di posti di lavoro sono stati e saranno ancora bruciati. Altri milioni se ne creeranno, ma non saranno come quelli di prima.


È una realtà che ha documentato con precisione in questi anni con i suoi studi la McKinsey.


Per aiutare questa transizione epocale, che durerà decenni, i governi, le istituzioni pubbliche, dunque la politica tutta, avranno un ruolo determinante nel compensare i grandi divari cresciuti nel nuovo mondo.


Nel futuro non c’è il regno dell’Anarchia, dell’individualismo spinto, della concorrenza senza limiti, dei divari abissali. Perché non sia così, avremo bisogno di un nuovo Stato, che accompagni i processi del cambiamento, ne compensi gli squilibri e ne usi in positivo “gli spiriti animali”. Dovrà essere uno Stato che abbia più cultura, più occhio lungo sui programmi, e una presenza molto protettiva delle società che guida.


Il futuro ha insomma bisogno di più politica, non di meno politica. Ma per tornare ad avere questo ruolo deve ritracciare il suo senso – che è poi il rapporto di vicinanza e di rappresentanza dei cittadini.


di Lucia Annunziata 


Lucia Annunziata

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