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Agata, la santa rivoluzionaria e femminista: "La sua sofferenza metafora dei nostri tempi"

di Domenico Marcella
Agata, la santa rivoluzionaria e femminista:

Ogni solennità patronale è un evento ad altissimo contenuto religioso. A Catania, però, nell’assoluta commistione tra sacro e profano, l’atmosfera è sempre simile a quella di un concerto rock illuminato dalle luci morbide delle candele che bruciano a centinaia, giorno e notte, per tutto il continuum festivo. Ci sono poi i fumi, quello invadente del cibo sulla griglia e quelli cadenzati che fuoriescono dal turibolo. Si resta immobili, forse anche un po’ increduli, sicuramente ammirati, davanti al formidabile allestimento che la città etnea mette in atto per riabbracciare Agata, la ragazza che istiga al coraggio, la martire che ha protetto il suo popolo dalla pestilenza, dai terremoti e dall’ira funesta dell’Etna, la cui lava minacciosa fu fermata proprio dal velo della santa portato in processione dal cardinale Dusmet nel 1886.  A raccontarci le festività agatine è Monica Consoli, maestra di cucina e grande appassionata della storia della sua città 



Monica, come si sta preparando Catania ad riaccogliere Agata? 



La città è in fibrillante attesa. Le ringhiere dei balconi sono agghindati già da settimane con il tradizionale drappo di velluto rosso, contornato dal filo color oro con la ‘A’ di Agata cucita al centro. Quella di Sant’Agata è una festa in movimento: c’è sempre ci va e chi viene,  a qualsiasi ora del giorno e della notte. Quest’anno, per favorire gli spostamenti e ridimensionare i disagi, la rete metropolitana ha introdotto per la prima volta l’Agata Ticket, uno speciale titolo di viaggio valido dal 3 a 6 gennaio. 



Mancano ormai poche ore.



 Si inizia stasera con i fuochi pirotecnici della “Sera del tre”, l’appuntamento che dà ufficialmente il via alle festività agatine. Domani mattina, poco prima dell’alba, il busto reliquiario della santa uscirà dal sacello che lo custodisce gelosamente per tutto l’anno. Sarà successivamente posizionato sul fercolo per affrontare il primo giro esterno che toccherà i luoghi del martirio di Agata. Il giorno dopo, il 5, al tramonto, inizierà la seconda parte della processione che attraverserà tutta Catania. Il busto reliquiario farà rientro in Cattedrale nella mattinata del 6.A Catania in questi giorni si respira un’aria di festa, lestrade sono ancor più animate dal passaggio musicale e danzante delle candelore delle confraternite dei mestieri. La novità di quest’anno, però, sono le mini-candelore costruite con grande orgoglio dai ragazzini.



Quella di Agata è una figura di grande attualità ché ha messo in atto una forte ribellione nei confronti del potere.



 Sì. Agata di Catania, così come Lucia di Siracusa e Rosalia di Palermo, è il simbolo meraviglioso di una donna giovanissima e rivoluzionaria che non si è assoggettata al volere del proconsole romano Quinziano, ma ha affrontano il martirio sul proprio corpo, senza infliggerlo agli altri, per affermare la sua personalità. Agata è stata l’antesignana del femminismo, ed è amata sopratutto per questo aspetto. È stata torturata e seviziata, le sono stati amputati i seni con delle enormi tenaglie. La sua sofferenza è una triste metafora dei tempi che viviamo, in cui si parla sempre più spesso – ahimè –  di molestie, stupri, femminicidi e di tutto il male che le donne subiscono. 



È un po’ come se Agata fosse amica e sorella di tutti. Non a caso, la sua festa non è solo per i catanesi. 



La città nei giorni della festa è piena di turisti affascinati dalla storia di Agata, incuriositi dalla reciproca contaminazione tra riti religiosi e tradizioni pagane. È anche la festa del fuoco che si celebra con i ceri accesi portati in processione, con i giochi pirotecnici e con i “fuculari” che arrostiscono la carne in strada al passaggio della santa, tra fumi intensi e odori inebrianti. 



Come bisogna vivere la festa? 



Dal basso, non dall’alto. In strada, non dai balconi delle case. Chi ha la fortuna di abitare nelle zone interessate dal passaggio della santa apre la 

propria casa, la addobba a festa, offre rinfreschi e allestisce altarini devozionali. È tutto molto bello, è innegabile, ma la misura della festa si ha quando si sta in mezzo alla gente, perché davanti a ogni singolo momento di preghiera comprendi quando i devoti siano innamorati di Agata, al di là del folklore che non manca mai. 



Le urla dei devoti, le cosiddette “vuciate”, sono probabilmente il momento più emozionante della festa. 



Ognuno di loro ha una storia di sofferenza alle spalle. Indossano il sacco bianco e portano a spalla dei ceri pesantissimi a mo’ di sacrificio, quasi a voler espiare una pena. Di tanto in tanto urlano a squarciagola il proprio dolore. È estremante emozionante, sì. 



La festa di Sant’Agata, però,  è anche il trionfo dello street food. 



È inevitabile. Stando molte ore fuori casa, la gente ha bisogno di ricaricarsi per continuare a camminare con la santa. E quindi, arancini a tutto spiano – possibilmente “alla catanese” con pomodoro e melanzana –, cartocciate, cipolline, pizzette, e schiacciate di broccoli o cavolfiore con tuma e acciughe. Immancabili sono gli arrosti di carciofi, di polpette, di costolette, e i panini con la salsiccia.  A ogni angolo delle strada, poi, troveranno posto i venditori di “calia e simenza”, di frutta secca e ‘mericanella (le noccioline americane). 



Ma lo
 street food è anche dolce. 



Sì! Il torrone di sesamo, mandorle o pistacchi viene addirittura preparato a vista. È sempre piacevole fermarsi davanti a questi uomini intenti a maneggiare  la massa caldissima, mossa sul marmo con delle spatole 

a lama quadrata fino a quando non raggiunge la temperatura per essere stesa. Durate la festa poi, si va quasi per rito a mangiare gli “iris” – dei dolci fritti, farciti di crema – in un bar-pasticceria di via Plebiscito. I dolci tipici della festa, però, sono le “minnuzze”, le cassatine che riproducono i seni amputati di Agata. Questo aspetto è molto interessante perché in Sicilia per tradizione consumiamo cibo che riproduce parti del corpo umano. Lo facciamo il 2 novembre con le ossa dei morti e lo facciamo il 5 febbraio con le “minnuzze” di Sant’Agata. Secondo l’antropologia popolare, infatti, mangiando una parte del corpo di una persona speciale ne introiettiamo le qualità che più apprezziamo.  Oltre alle cassatine ci sono le “olivette”, che rievocano un episodio nell’agiografia della santa, secondo il quale Agata, condotta al martirio, nel chinarsi per allacciarsi un calzare, vide sorgere davanti a sé una pianta di olivo selvatico che le permise di sfamarsi. 



Hai ereditato da tua madre Eleonora Oliveri (autrice di numerose rubriche televisive a sfondo gastronomico) l’amore per la cucina, e da tuo padre Vittorio (capocronista del quotidiano "La Sicilia”) la passione per la scrittura.  Proprio le “olivette” di Sant’Agata, qualche anno fa, ti hanno ispirato una breve composizione. 



Sì, una memoria ricostruita attraverso i racconti che ascoltavo – insaziabile e curiosa – da bambina. Provengo da una famiglia la cui storia è intrisa di "realismo magico ", popolata di personaggi "mitici " che hanno lasciato tracce indelebili nella mia testa e nella mia vita.



Torniamo ad Agata. Perché è amata così tanto? 



Agata è trasversale. Riesce a parlare a tutti gli strati sociali, agli artisti, ai sognatori, a chi vuole lasciarsi affascinare dalla sua storia e da come la città di Catania la racconta e le rende omaggio. Agata oltretutto è amata anche da chi ha un credo diverso. A Catania, per esempio, c’è un’ormai ben consolidata comunità dello Sri Lanka che ha esportato la festa nel proprio paese. Il 5 febbraio sarà festa anche da loro. 



Monica, cosa potrebbe fare oggi Agata per il popolo catanese che la ama in maniera folle?



Catania in questo momento è una città sofferente. Sono innumerevoli le difficoltà sociali; basta pensare alle persone accampate in Cattedrale che vivono davvero con le spalle al muro. Ci sono aziende in crisi che rischiano la chiusura, botteghe artigianali che si stanno estinguendo, e molti punti culturali o di aggregazione sociale ormai annientati. Mi auguro che la santa operi per riportare un po’ di quiete e di speranza in questa città, perché c’è davvero bisogno di un un suo miracolo. 



Domenico Marcella

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