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Simone Lunghi, l’angelo dei Navigli

Un virtuoso? Sì. Perché tra le virtù più belle vi è proprio quella energica che sprona all’amore per l’ambiente

di Domenico Marcella
Simone Lunghi, l’angelo dei Navigli

Lo hanno soprannominato affettuosamente “l’angelo dei Navigli”. Simone Lunghi – dopo aver circumnavigato in canoa i Navigli (il sistema di canali artificiali che da Ottocento anni circonda Milano), provvisto di tenda da campeggio e bicicletta pieghevole, macinando 415 km di percorso in soli sette giorni – ha letteralmente pescato gli oggetti estranei finiti in maniera vandalica nelle acque. Un virtuoso? Sì. Perché tra le virtù più belle vi è proprio quella energica che sprona all’amore per l’ambiente. 


Canoista ma anche eco-paladino. Simone, da dove nasce questo input? 


«Ho sempre avuto interesse per la causa ambientale. Al liceo, alla fine degli anni Ottanta, mentre il mondo andava in altre direzioni occupandosi d’altro, leggevo i libri degli ecologisti americani; quello che più mi è entrato dentro, forgiando ulteriormente la mia coscienza, si chiamava “In natura nessun pasto è gratuito”. Dopo quella lettura ho capito che ogni nostra azione, prima o poi, ci presenterà il conto». 


Negli ultimi quarant’anni, l’uomo si è sentito così onnipotente da credere di poter addomesticare la natura. 


«E la natura si è ribellata. I violenti nubifragi di questi giorni ne sono la prova». 


Vogliamo dirlo che questi fenomeni apocalittici altro non sono che risultato della prepotenza umana? 


«Assolutamente, dobbiamo. In natura nessun pasto è gratuito, se la deprediamo e la inquiniamo riscaldiamo il pianeta, il ghiaccio si scioglie e gli oceani si acidificano. Lo scioglimento del permafrost,  – ovvero il terreno perennemente ghiacciato caratteristico delle più estreme latitudini artiche – lascerà un quantitativo di gas deleteri pazzesco. Purtroppo, va ribadito, raccogliamo quello che abbiamo seminato». 


Tu però hai scelto di contribuire a far parte della soluzione e non del problema. 


«Quando da ragazzo abitavo a Vigevano, dopo ogni nevicata mio padre mi diceva che bisognava spalare il cortile, il giardino, il marciapiede esterno alla nostra villetta e la strada. Ho impiegato un po’ a capire il senso di quelle azioni, ma poi ho compreso che quello che non è mio è di tutti, e se è di tutti è come se fosse di nessuno, perché proprio nessuno se ne occupa. Il pubblico è anche mio, non certo per egoismo. Ecco perché devo sempre impegnarmi a tenerlo a posto. Per fortuna non sono una mosca bianca, e sono sempre di più le associazioni e i volontari che hanno scelto di rimboccarsi le maniche per il bene comune».


E hai applicato questo insegnamento per ripulire il Naviglio. 


«È stato spontaneo recuperare le bottigliette di plastica e le biciclette sul fondale del fiume.  Vorrei che tutti vivessero Milano con spirito interventista, senza fossilizzarsi nelle passività. Ho coinvolto anche molti ragazzini; questo è stato un segnale importante perché non tutti, per fortuna, sono rimbecilliti dagli smartphone. Nei giovani manca l’educazione al divertimento. Mi fa un po’ rabbia questo aspetto perché  con i mezzi-social che hanno a disposizione potrebbero fare cose fichissime, divertenti, utili, nobili e belle». 



Oggi al potere ci sono i fratelli maggiori, i genitori ma anche i nonni dei ragazzi storditi dal telefonino. Diciamo che manca sopratutto uno stimolo, un manifesto politico ecologista. Non serve puntare il dito soltanto su Donald Trump, anche l’Italia commette dei crimini ambientali, vero?


«In Italia è stata inserita nel “Decreto Genova” sulla ricostruzione del ponte Morandi una norma che consente di smaltire nei terreni agricoli i liquami dei depuratori, i cosiddetti fanghi, per ridimensionare il costo previsto per lo smaltimento. La quantità prevista era quella di 50 milligrammi di idrocarburi pesanti, dopo il decreto, invece, sono diventati 1000 milligrammi. livelli più elevati di quelli stabiliti». 


Qualche settimana fa in Baviera, i Verdi alle elezioni hanno riscosso un gran bel risultato. In questa fase di populismo e sovranismo a priori, in cui tutti straparlano con la bava alla bocca, può essere un modo per ripartire e tornare a misura d’uomo? 

«Potrebbe e dovrebbe, ma in Italia è difficile che ciò avvenga. Io faccio parte della minoranza che a Milano si muove in bici o in pattini. Scelgo di impattare il meno possibile. Spesso sento dire dagli automobilisti “Spostati, qui non è Amsterdam”. Bene, la capitale olandese a un certo punto, negli anni Settanta, ha suonato il campanello d’allarme e ha limitato il possesso delle auto private per ridimensionare il traffico urbano. Sono state così create le famigerate piste ciclabili. In Italia ci ritroviamo sempre più con persone che non vogliono invertire la rotta. Siamo decisamente più egoisti e senza alcuna voglia di far comunità. Mi auguro avvenga prima o poi uno scossone senza slogan del tipo  “Prima gli italiani”, con soluzioni attuabili di sano buonsenso. Se ci sentissimo gruppo, forse, controlleremo di più l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo e l’acqua che beviamo». 


Siamo un popolo di sdraiati-apatici

«Lo sono sopratutto i giornali ché dovrebbero denunciare le cose ingiuste, tipo la storia dei fanghi inserita nel decreto del Governo,  senza perdere tempo con le sciocchezze e le cose brutte. Ci sono tante persone e associazioni che – senza alcun fine di lucro – si mettono a proteggere beni della collettività perché vogliono semplicemente vivere nel bello. Ecco, loro fanno davvero la differenza perché raccolgono la sporcizia in strada e adottano un parco pubblico per mantenerlo pulito. Sono convinto che, se di questi esempi assai virtuosi si parlasse di più, tante altre persone potrebbero farsi ispirare e il miglioramento a cui tutti ambiamo si estenderebbe a macchia d’olio». 


Domenico Marcella

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