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Scorta mediatica della verità, intervista a Paolo Borrometi

Roberto Pacilio Ansa - Flavio Lo Scalzo
Pubblicato il 28-11-2018

Presidente di Articolo21, autore del libro 'Un morto ogni tanto' edito Solferino

Giornalista d’inchiesta, reporter, redattore, cronista. Raccontare un evento o un fatto di cronaca non è una cosa semplice e soprattutto non è da tutti. Fare una buona e corretta informazione è sempre più complesso e la causa possiamo ricercarla nei nuovi “giornalismi”, legati ai social network, che nelle chiacchiere da bar sport sono più attendibili di chi del giornalismo ne ha fatto una professione. Paolo Borrometi, giornalista di Tv2000 attualmente sotto scorta, presidente di Articolo21 e autore del libro "Un morto ogni tanto" edito Solferino, ci spiega l’importanza del ruolo dell’informazione: dare voce a chi non ce l’ha.



Che ruolo ha oggi il giornalismo d’inchiesta?

Dovrebbe avere un ruolo sempre più importante, ma purtroppo non ce l’ha. Richiede tempo e investimento, ma in un’informazione mordi e fuggi come quella di oggi, ha un ruolo di nicchia. Tutti vogliono il giornalismo d’inchiesta ma nessuno lo fa.



Cosa significa essere un giornalista d’inchiesta?

Per me è un sogno che ho cercato di realizzare in tutti i modi, con grandi sofferenze e passione. È uno sprone a fare sempre meglio. Al giornalismo d’inchiesta bisogna appassionarsi perché è complesso, difficile, scomodo. Se fatto bene può influenzare positivamente la vita di ognuno di noi.


Oggi si ragiona per spot e non si approfondisce. Fare il cronista è davvero complesso. Basti pensare alle querele, alle diffamazioni, alle minacce delle mafie che puntualmente arrivano… quando sei solo. Perché fare il giornalista d’inchiesta vuol dire essere soli, non avere compagni di strada e questa solitudine ti espone a qualsiasi tipo di minaccia: delegittimazione, isolamento e minacce fisiche.




La denigrazione tramite social network è da considerarsi minaccia?

Assolutamente sì. Basti vedere le campagne d’odio nate da account falsi contro non solo giornalisti, ma personaggi come papa Francesco, il Presidente della Repubblica. La denigrazione sui social coinvolge tutti, anche i semplici cittadini.




La Carta di Assisi, un’iniziativa nata da una collaborazione tra Articolo21 e i frati del Sacro Convento…

Noi come Articolo21 con i frati abbiamo voluto fortemente questo manifesto. Quando ne iniziammo a parlare anni fa era per noi un sogno, una scommessa. Grazie alla collaborazione con padre Mauro, padre Enzo, Beppe Giulietti, e tutti quelli che in questi anni si sono battuti per illuminare le periferie del mondo, siamo riusciti a mettere su carta le linee guida di un pensiero che guarda gli ultimi. La Carta di Assisi ricalca un giornalismo che non si ferma al comunicato stampa, ma che va oltre e dà voce a chi non ha voce: emarginati, periferie dimenticate, esclusi. La Carta di Assisi diventa scorta mediatica, non solo per il giornalista che denuncia, ma per il magistrato, il poliziotto, l’imprenditore, lo studente e per tutti quelli che vivono in quelle periferie che sono fuori dai coni di luce. Sono proprio questi coni di luce a proteggerli.

Il Manifesto deve essere una linea guida non solo per l’impegno giornalistico ma anche e soprattutto per l’impegno quotidiano dei cittadini che vogliono essere parte attiva della società.



Quali altre categorie dovrebbero attuare, rispettare, la Carta di Assisi?

I politici e le istituzioni dovrebbero avere sul proprio comodino la Carta di Assisi anche per comprendere che non bisogna soffiare sul fuoco. Si deve avere rispetto degli altri e comprendere che abbiamo bisogno di regole etiche perché viviamo in un momento storico in cui la velocità della rete, a volte, ci porta a scrivere e leggere frasi allucinanti che non possono essere più accettate.


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