NOTIZIE > attualita

Papa Francesco: "Bene l'Italia sui migranti, serve aprire il cuore. Sul clima l’uomo è stupido e testardo"

Papa Francesco:
Credit Foto - Ansa - Andrew Medichini

DAL VOLO PAPALE Il volo AV150 passa sul Mar dei Caraibi, quando Francesco raggiunge i giornalisti in fondo all’aereo, sul volto ancora i segni dell’incidente sulla papabile a Cartagena. Lo zigomo non è più tanto gonfio ma il livido sotto l’occhio sinistro è diventato viola. Lui ci scherza su, «mi sono proteso per salutare i bambini e non ho visto il vetro, bum!». Si dice «commosso» dal popolo colombiano, e sorride: «In quattro città c’era la folla lungo la strada, e c‘erano dei papà che alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Ed era come dicessero: questo è il mio tesoro, la mia speranza, il mio futuro, io ci credo a questo. Mi ha colpito, la tenerezza, gli occhi di quei papà e di quelle mamme, è stato bellissimo, un simbolo di speranza e di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e li mostra come dicendo “questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e che ha futuro». Il pontefice parla per quaranta minuti. L’immigrazione e l’elogio all’Italia e governo italiano che «sta facendo di tutto» per lavorare in modo «umano» anche su un problema, i centri in Libia, di cui non è responsabile. I cambiamenti climatici e la «stupidità» dell’uomo. La speranza che Trump «ripensi» il provvedimento contro i «dreamers». La Corea del Nord e il Venezuela. Come sempre, risponde ad ogni domanda.



Santità, di recente la Chiesa ha espresso una sorta di comprensione verso la nuova politica del governo di restringere sulle partenze dalla Libia e quindi gli sbarchi. Si è scritto di un suo incontro con il presidente Gentiloni, c’è stato? Si è parlato di questo tema? E cosa pensa lei di questa politica di chiusura delle partenze, considerando anche il fatto che poi i migranti che restano in Libia vivono in condizioni disumane?

 

«L’incontro con il Primo ministro Gentiloni è stato un incontro personale e non su questo argomento. Il problema è venuto fuori alcune settimane dopo, l’incontro era prima. Io sento un dovere di gratitudine per l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è prima di tutto avere il cuore aperto, sempre, è un comandamento di Dio, l’accogliere, perché anche tu sei stato schiavo in Egitto… Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante: la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non devo solo riceverli, ma integrarli. In Italia ho visto esempi di integrazione bellissima: quando sono andato all’università Roma Tre, ho riconosciuto una delle ragazze che mi ha salutato: meno di un anno prima era venuta con me in aereo da Lesbo, studiava biologia, ha imparato la lingua e ha continuato. questo si chiama integrare. Di ritorno dalla Svezia ho parlato della politica di integrazione del paese come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: il numero è questo, di più non posso, perché c’è il pericolo della non integrazione. Terzo, c’ è un problema umanitario. L’umanità prende coscienza di questi lager, le condizioni in cui vivono nel deserto? Io ho visto delle foto, ci sono gli sfruttatori…Ho impressione che il governo italiano stia facendo di tutto per lavori umanitari e per risolvere anche un problema che non può assumere. Cuore sempre aperto, prudenza, integrazione, vicinanza umanitaria. Nell’inconscio collettivo nostro c’è un principio: l’Africa va sfruttata. Oggi a Cartagena abbiamo visto un esempio di quello sfruttamento. E un capo di governo ha detto su questo una bella verità: quelli che fuggono dalla guerra è un altro problema, ma quelli che fuggono dalla fame facciamo un investimento là perché crescano. Tanti paesi sviluppati vanno in Africa per sfruttare, dobbiamo capovolgere questo. L’Africa è amica e va aiutata a crescere».



Passiamo vicino a Irma, ci sono altri tre uragani nell’area. Vi è responsabilità morale dei leader politici che negano che il cambiamento climatico sia anche opera dell’uomo?



«Chi nega questo deve andare dagli scienziati e domandare. Loro parlano chiarissimo, sono precisi. Un’università diceva: abbiamo solo tre anni per tornare indietro. Io non so se sia vero dei tre anni o meno, ma certo se non torniamo indietro, andiamo giù. Il cambiamento climatico si vede nei suoi effetti. Gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità morale, chi più piccola e chi più grande. Dobbiamo prendere questo tema sul serio, credo non sia una cosa su cui scherzare. I politici hanno la loro responsabilità, ma ognuno ha la propria. Se uno chiede agli scienziati, loro sono chiarissimi. Poi decida, e la storia giudicherà le sue decisioni».



Vediamo gli effetti dei cambiamenti climatici anche in Italia… 
«…Dopo tre mesi e mezzo di siccità, sì…».



Perché tarda una presa di coscienza, soprattutto da parte dei governi, che invece sembrano così solleciti su altri settori come gli armamenti? Stiamo vedendo la crisi della Corea del Nord, ad esempio…



«Mi viene in mente una frase dell’Antico Testamento, credo un salmo: l’uomo è uno stupido, un testardo che non vede, L’unico animale del creato che mette la gamba nella stessa buca è l’uomo, un cavallo o altri non lo fanno. La superbia, la sufficienza. E poi c’è il Dio-tasca, no? Non è solo sul creato, tante decisioni e contraddizioni dipendono dai soldi. Oggi, a Cartagena, ho cominciato da una parte povera; l’altra parte, quella turistica, mostrava un lusso senza misure morali, come le chiamo. Ma quelli che vanno là, o gli analisti sociopolitici, non si accorgono di questo? L’uomo è uno stupido, dice la Bibbia. Quando non si vuole vedere, non si vede. Non si prende coscienza. Ma è giusto? Quanto alla Corea del Nord, dico la verità, io non capisco. Davvero non capisco quel mondo, la geopolitica…Credo, da quello che vedo, che lì ci sia una lotta di interessi che mi sfugge. Non posso spiegarlo».



Ogni volta che vede i giovani, dice: non fatevi rubare la speranza. Negli Usa è stata abolita la legge sui «dreamers», 800 mila ragazzi. Non pensa che così perdano la speranza, il futuro?



«Ho sentito di questa legge ma non ho potuto leggere gli articoli, come si è presa la decisione: non la conosco bene. Ma staccare i giovani dalla famiglia non è una cosa che dia un buon frutto né per i giovani né per la famiglia. Credo che questa legge non venga dal Parlamento ma dall’esecutivo. Se così, ho speranza che si ripensi un po’. Perché io ho sentito parlare il presidente degli Usa e si presenta come un uomo pro life. Ecco, se è un bravo pro life, capisce che la famiglia è la culla della vita e va difesa la sua unità. Per questo ho interesse a studiare bene quella legge. Quando i giovani si sentono sfruttati, alla fine si sentono senza speranza. E chi la ruba? La droga, le altre dipendenze… Il suicidio giovanile accade quando vengono staccate le radici. È molto importante il rapporto dei giovani con le radici. I giovani sradicati oggi chiedono aiuto, vogliono ritrovare le radici. Per questo insisto sul dialogo tra giovani e anziani, un po’ scavalcando i genitori, perché lì sono le radici e sono un po’ più lontane e così evitano i conflitti che possono avere con le radici più prossime, i genitori. Oggi i giovani hanno bisogno di ritrovare le radici. Qualsiasi cosa vada contro questo, ruba loro la speranza».



I dreamers verranno deportati…



«Sì, perdono le loro radici. Ma davvero non voglio esprimermi perché non ho letto la legge e non mi piace parlare di quello che non ho studiato bene».



In Colombia ha parlato di riconciliazione, il motto del viaggio era «fare il primo passo», ma il Paese è diviso. Che si può fare concretamente?



«Mi piacerebbe che almeno si facesse il secondo passo. In 54 anni di guerriglia si accumula molto odio, molte anime sono malate. Non si è colpevoli di avere una malattia, la malattia viene. La guerriglia e anche la corruzione hanno provocato questa malattia, l’odio. Ma ci sono passi nel negoziato che danno speranza. Come l’ultimo cessate il fuoco dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale, ndr), lo ringrazio tanto. In Colombia ho percepito che la voglia di andare avanti in questo processo va oltre i negoziati, lì c’è la forza del popolo. E io ho speranza in questo, il popolo vuole respirare, dobbiamo aiutarlo, essere vicini nella preghiera, comprendere quanto dolore c’è nella gente».



Ha denunciato la corruzione. Bisognerebbe scomunicare i corrotti?



«Quand’ero a Buenos Aires ho scritto un piccolo libro che si chiama “Peccato e corruzione”. Tutti siamo peccatori e sappiamo che il Signore ci è vicino e non si stanca mai di perdonare. Il problema è che il peccatore chiede perdono mentre il corrotto si stanca di chiedere perdono o dimentica come si fa. Non è capace di chiedere perdono. È molto difficile aiutare un corrotto, molto difficile, ma Dio può farlo».



Nell’omelia, a Cartagena, ha detto che non è stato sufficiente che due parti dialogassero e c’è stato bisogno si inserissero altri attori. Pensa che questo modello si possa replicare in altri conflitti del mondo?



«Non è la prima volta che accade, in tanti conflitti si sono integrate altre persone. È un modo di andare avanti sapienziale, la saggezza di chiedere aiuto. Si ricorre ai tecnici, i politici aiutano, a volte si chiede l’intervento delle Nazioni Unite per uscire da una crisi. Ma un processo di pace andrà avanti solo quando lo prende in mano il popolo. È quello che ho cercato di far sentire in questa visita. O il protagonista è il popolo, o c’è partecipazione, oppure si arriverà solo fino a un certo punto, a un compromesso».



Dopo l’Angelus ha parlato del Venezuela e chiesto si respinga ogni violenza dalla vita politica. Il presidente Maduro da un lato ha parole molto violente contro i vescovi e dall’altro dice che sta con Papa Francesco. Non si potrebbe avere parole più forti e chiare?



«Io credo che la Santa Sede abbia parlato forte e in modo chiaro. Quello che dice presidente Maduro lo spieghi lui, io non so cos’abbia nella sua mente. Ma la Santa Sede ha fatto tanto. Ha inviato un nunzio di primo livello nel gruppo di lavoro dei quattro ex presidenti, ha parlato con diverse persone, pubblicamente. Io tante volte nell’Angelus ho parlato della situazione, cercando sempre una via di uscita, offrendo aiuto per uscire. Ma sembra che la cosa sia molto difficile e quello che è più doloroso è il problema umanitario di tanta gente che scappa o soffre. Dobbiamo aiutare a risolverlo in ogni maniera. Io credo che le Nazioni Unite debbano farsi sentire anche lì, per aiutare».are».


di Gian Guido Vecchi, inviato sul volo papale del Corriere della Sera 



Commenti dei lettori



NON CI SONO COMMENTI PER QUESTO ARTICOLO

Lascia tu il primo commento

Lascia il tuo commento

Nome (richiesto):
Email (richiesta, non verrà mostrata ai visitatori):
Il tuo commento(Max. 300 caratteri):
WEB CAM
la cripta
di San Francesco
Abbonati ONLINE
Rivista
San Francesco
Organo ufficiale di Stampa della Basilica di San Francesco d'Assisi
Custodia Generale Sacro Convento
© 2014 - tutti i diritti riservati
Contatti | Credits