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PADRE SIDIVAL FILA, ARTISTA CHE CERCA LA LUCE DIVINA NELLA TELA

di Vittoria Prisciandaro
PADRE SIDIVAL FILA, ARTISTA CHE CERCA LA LUCE DIVINA NELLA TELA
Credit Foto - Carlo Gianferro

Sa come eliminare la cocciniglia dal limone, conosce i tempi di potatura del glicine; se serve tinteggiare una parete o piallare una porta antica, cazzuola e pennello, sega e martello non gli fanno paura. Padre Sidival Fila ha mani da artigiano e orizzonti da asceta. Uomo del fare – «sono molto pragmatico, non mi piace leggere o pensare troppo, preferisco lavorare» – il superiore della comunità dei Frati minori del convento di San Bonaventura, a Roma, sa plasmare la materia, assecondarla, tirarne fuori energia e memoria. Artista – le sue opere sono tra l’altro a Parigi, New York, Roma, Milano –, si racconta a Credere con la semplicità di chi ha capito dove sta la sua priorità.

«Prima concepivo l’arte come un assoluto, la mia vita era tutta orientata a questa divinità. Mi sono fermato per 18 anni. Poi, quando ho avvertito di nuovo il desiderio di tornare a dipingere, non era più frutto di un bisogno, non nasceva da una frustrazione, non era funzionale a un progetto. È nato senza pretesa, in modo giocoso, con un linguaggio legato anche al mio modo di essere: sono passato dai lavori domestici al fare qualcosa che mi permette di esprimere in modo più ricco la mia persona».

Il prima e dopo abbracciano il mondo. Ventenne, Sividal arriva in Italia dal Brasile, da una piccola cittadina dello Stato del Paraná, dove era nato nel 1962. «Già a 16 anni avevo iniziato la mia ricerca artistica, come autodidatta». Dopo una breve parentesi a San Paolo del Brasile, «soprattutto per visitare musei», dove si mantiene lavorando in banca, scopre che, grazie alle origini italiane, può avere la cittadinanza del nostro Paese. «Non volevo fare l’artista, già stare qui era tantissimo per me». A Roma fa il cameriere e visita gallerie, monumenti e città d’arte. Si fidanza, prova a studiare all’Università, ma poi lascia perdere.

GLI MANCAVA DIO

«È stato l’evento della conversione a cambiare la mia vita. Dopo un viaggio in Spagna, senza che accadesse nessun episodio particolare, ho sentito l’angoscia profonda determinata dall’assenza di Dio. La mia vita biologica era felice, serena, ma ho avvertito di essere spiritualmente morto. Dopo tre giorni mi è venuto il desiderio di vivere il Vangelo, di sperimentarlo».

La sera continua a lavorare a Trastevere, nel locale brasiliano dove si fa musica dal vivo e si serve caipirinha, durante il giorno aiuta un amico che ha un tumore, segue un ragazzo disabile, fa l’elemosina, comincia a frequentare due chiese, entrambe francescane. «Avevo attenzione alla preghiera, al silenzio, a una certa forma di ascetismo, ai poveri, alla libertà dal denaro e da ciò che poteva essere un io egocentrico… in questa fase è nato in me il desiderio di solitudine e di preghiera». Un cammino che non lascia spazio a una compagna. L’incontro con un frate illuminato, la scelta di entrare nel noviziato dei Frati minori francescani, l’ordinazione sacerdotale nel 1999. Poi il servizio come volontario al carcere di Rebibbia e come cappellano al Policlinico Gemelli. Continua a dipingere, ma sente che l’arte è diventato un «assoluto che dovevo lasciare».

IL POSTO PIÙ BELLO DEL MONDO

 

Dopo quasi vent’anni, maestro dei novizi, al convento sul Palatino, forma i giovani anche al lavoro manuale, e piano piano riprende tele e pennelli. Scopre una propria tecnica, per qualche anno lavora mostrando i suoi lavori solo ai frati del convento. Un’amica che dirige un museo gli propone una prima mostra. Da lì, il suo nome compare nei cataloghi dei maggiori musei del mondo. E i proventi della vendita delle opere vanno a finanziare progetti per l’infanzia che i frati hanno in diversi Paesi.

Il laboratorio di padre Sidival sorge all’ultimo piano di uno dei posti più belli del mondo: il convento, che è sede di incontri di pastorale giovanile e ospita anche alcuni richiedenti asilo, è alla fine di una stradina nel Foro romano, si inerpica fino al punto più alto del colle Palatino e domina Roma a 360 gradi.

La luce delle grandi vetrate illumina giochi di fili dalle diverse consistenze che si rincorrono su telai di varia grandezza, a costruire geometrie irregolari che si intrecciano su antiche dalmatiche, su sacchi di tela americana risalenti agli aiuti del piano Marshall, su lini pregiati. «Povero o ricco, il materiale che uso non ha importanza, deve avere una sua potenza, una storia da raccontare», dice Sidival. «Quando trovo un lino antico, penso che ha una sua bellezza segnata dal tempo e dallo spazio: il mio desiderio è che l’oggetto venga messo in condizione di raccontare tutto ciò che ha memorizzato, trasformandolo in emozione per chi lo guarda».

Sui tessuti moderni compie un’operazione diversa: «Cerco di evidenziare la luce, la sua realtà fisica, che è vibrazione, energia più che materia. È l’oggetto che è capace di comunicarsi in quanto tale». Opere dai mille fili cuciti insieme in ore e ore di paziente lavoro, creazioni astratte, installazioni suggestive, lontane anni luce dalle pietre medievali del convento e dagli archi del Colosseo che si mostra a pochi metri in linea d’aria. Una commistione affascinante, unica. «L’arte figurativa», sostiene Sidival, «fa cadere nell’illusione di conoscere il reale. La pittura concettuale ridà all’oggetto la sua dignità per ciò che è. Io sono su questa linea».

Una scelta di campo che è conosciuta dai confratelli francescani, che quando recuperano nei conventi tessuti antichi o stoffe particolari non esitano a contattarlo. Per chi guarda con perplessità all’arte astratta («Cosa vuol dire?» è la domanda ricorrente) Sidival risponde tranquillamente che «non occorre una particolare cultura per entrare in contatto con questo mondo, basta avere sensibilità e liberarsi dalla precomprensione di riconoscere qualcosa. Se vinciamo il bisogno rassicurante di sapere cosa stiamo guardando, già siamo un passo avanti. Certo, ci sono dei concetti espressi in ogni opera, ma sentire ciò che è bello è il primo approccio».

In questo senso anche le sue opere, dice il francescano, «esprimono la mia persona nella sua unità, senza che ci sia un riferimento specifico al sacro. Eppure stranamente chi guarda percepisce una forte spiritualità, quindi evidentemente anche questo linguaggio suscita il desiderio del trascendente».

Il chiostro di San Bonaventura è stato luogo di alcune esposizioni e numerosi sono gli ospiti interessati a visitare l’atelier. «L’arte diventa luogo in cui persone di diverse culture e mondi lontani dal vissuto di un credente si incontrano», dice Sidival. «Adesso tante chiese sono piene di opere che distraggono, invece di aiutare a pregare. La sacralità non è nel soggetto che un’opera rappresenta – un Cristo o una Madonna – ma nel fatto che c’è un qualcosa che comunica e va oltre. La vera arte è sempre intrisa di sacralità». (http://www.famigliacristiana.it).



Vittoria Prisciandaro

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