fede

La missione evangelica nell’esperienza dell’apostolo Paolo inizia a Damasco

Redazione online
Pubblicato il 16-03-2017

Dove inizia l’immensa opera di evangelizzazione e la capacità di soffrire per il vangelo, che Paolo mostra di possedere? E’ l’apostolo stesso a svelarcelo. Nella lettera ai Galati (1,11-18), sia pure in un contesto apologetico, racconta alla comunità galata l’evento che gli ha rovesciato la vita: si tratta di ciò che accadde sulla via che conduceva a  Damasco (Atti degli Apostoli, 9,1-25) Non sarà la prima volta che Paolo vi farà ricorso con la memoria del cuore (cf, Filippesi 3, 4b-14; 1Corinti 15,9-10): ed ogni volta che ricorda il suo incontro con Cristo lo farà con accentuazioni e riletture diverse. Ne parlerà in 1Corinti 9,1, dove afferma di aver visto il Signore e questo gli basta per sentirsi autorevolmente accreditato da Cristo stesso come apostolo. Lo stesso concetto riaffiorerà in 1Corinti 15,8 dove l’esperienza vissuta a Damasco è descritta come apparizione pasquale: l’Apostolo utilizza infatti, applicandolo a se stesso, lo stesso verbo (fu visto) che utilizza nel

raccontare l’esperienza pasquale degli altri apostoli e discepoli. Da quel momento Gesù divenne per Paolo il Signore della gloria (cf 1Cor 2,8), vale a dire il Crocifisso-Risorto secondo il piano della sapienza di Dio.

Nella lettera ai Filippesi descriverà la stessa esperienza mettendone in risalto la dinamica della conversione che è il passaggio da un prima e ad un poi che gravita su un centro: Gesù Cristo mio Signore da cui si sente afferrato e come messo su una pista da corsa per camminare spedito sulla strada di un futuro pienamente cristologico (Fil 3, 3-14). Damasco è anche il luogo della rivelazione della luce dove l’apostolo comprende, come mandato, il “dovere” di predicare il vangelo ai gentili (1Cor 9,16; Gal 1,16b). Si trattò di una esperienza sfolgorante! E d’altra parte questo è il linguaggio di Paolo: “E Dio che disse rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2Cor 4,6). Qui Paolo paragona la sua esperienza alla creazione della luce da parte di Dio. L’evento di Damasco è rivisto come momento di illuminazione, potremmo chiamarla “folgorazione”. Da quel momento Paolo si sente incalzato al servizio di Cristo e la sua risposta fu quella di una fede viva mediante la quale proclamò, con la Chiesa primitiva, che Gesù è il Signore (1Cor 12,3; Rom 10,9; Fil 2,11). Come un atto creativo quell’esperienza illuminò la mente di Paolo e gli fece intuire il mistero di Cristo e tutto ciò che in esso è racchiuso.


Sostiamo adesso per un istante sul testo della lettera ai Galati, che, a mio giudizio, riassume tutte le diverse sfaccettature con cui Paolo ha descritto la sua esperienza damascena, in una sintesi che è  teologica e pastorale al tempo stesso.

Voi certamente avete sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando piacque a Colui  che mi aveva separato fin dal seno di mia madre e mi aveva chiamato con la sua grazia, di rivelare il figlio suo in me perché lo annunciassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco”. (Gal 1,13-17).


  Il contesto in cui Paolo inserisce la memoria dell’incontro con Cristo nei pressi di Damasco, è manifestamente polemico. Questo aspetto ha la sua importanza per comprendere la rimodulazione dell’esperienza vissuta. Quando l’Apostolo scrive la lettera ai Galati, ha vent’anni di esperienza missionaria e pastorale alle spalle, e, nel frattempo conflitti certo non ne sono mancati all’interno della Chiesa nascente. La crisi della chiesa galata nasce da uno di questi grandi conflitti. Paolo vede minacciato, a causa di falsi fratelli, la verità del “suo vangelo”, quel vangelo che non ha ricevuto, come afferma nell’esordio della lettera, né da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma da Gesù Cristo. Paolo non difende se stesso, la sua persona, ma il vangelo, il lieto annuncio della salvezza. E’ in questo quadro che rientra la memoria del suo incontro con Cristo a Damasco. E’ come se proprio in quel momento il Signore gli avesse consegnato il vangelo, è come se avesse ricevuta la chiamata ad annunciarlo ai pagani.

Infatti l’apostolo rilegge quel momento in chiave di chiamata profetica. L’iniziativa e la fonte della chiamata ad annunziare il Vangelo è di Dio, come in tutte le chiamate bibliche, soprattutto quelle raccontate nei vangeli a proposito sella sequela di Cristo. Per questo Paolo descrive ai Galati il suo incontro con Cristo con delle espressioni che pongono in rilievo i seguenti aspetti: si tratta di una chiamata, la sua fonte è il compiacimento di Dio, la chiamata è di tipo profetico, è separazione, è infine apocalittica.  

 

E’ una chiamata: mi ha chiamato con la sua grazia

La sua fonte è il compiacimento di Dio: quando piacque a Colui… 

 E’ di tipo profetico: mi scelse fin dal seno di mia madre (=citazione di due testi biblici: Geremia 1,5 e Isaia 49,1) Con ciò Paolo rilegge l’incontro con Cristo non in chiave di  conversione ma di chiamata profetica. Non a caso Paolo cita il deutero Isaia e Geremia. Essi sono i profeti che hanno ricevuto da Dio una missione universale. Geremia è chiamato a divenire profeta delle nazioni, mentre il servo del Signore è destinato a diventare “Luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6). la chiamata è una separazione: mi aveva separato (più propriamente messo a disposizione). E’ una separazione che lascia libero il chiamato a mettersi totalmente a disposizione del chiamante. La chiamata è apocalittica: rivelò il Figlio suo in me.


L’incontro damasceno dunque ha costituito Paolo, per intimo compiacimento di Dio, servo del Signore, profeta, e, cosa importante, gli conferisce il ministero di annunciare alle nazioni (= ai pagani) il vangelo che è Cristo.


Il fine della chiamata allora è chiaramente esplicitato: annunziare il vangelo in mezzo ai pagani! Giova ricordare che per Paolo il vangelo non è solo lieto annuncio ma una Persona, Gesù Cristo e questi crocifisso! 

Con questa memoria dell’incontro damasceno l’apostolo non intende assolutamente giustificare  il suo comportamento verso i gentili che è quello di ammetterli alla Comunità cristiana senza nulla imporre se non solo il vangelo della libertà e della gratuità, ma ne vuole mettere in luce la fonte: la Volontà di Dio, il divino compiacimento. Certo, questo darà alquanto fastidio ad alcuni settori della comunità cristiana, soprattutto a quella di Gerusalemme. Paolo ne soffrirà tanto, ma andrà avanti per la strada che gli è stata affidata, fino al martirio. (Padre Augusto Drago)

 

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