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Made in carcere, intervista a Luciana Delle Donne: al servizio di un mondo dietro le sbarre

Quando si raggiungono successi, la vita in un certo senso ti impone di restituire tutto, anche se lo hai ottenuto con fatica e sacrificio

di Domenico Marcella
Made in carcere, intervista a Luciana Delle Donne: al servizio di un mondo dietro le sbarre
Credit Foto - corrieredelmezzogiorno.

Luciana Delle Donne si muove disinvolta nel caos delle e-mail da leggere, dei messaggi da inviare, delle pagine Word da compilare e nella messa a punto di un’app che darà la possibilità a chi vorrà di personalizzare con un semplice click  la merce da acquistare sull’e-commerce di Made in Carcere. Questa vulcanica donna salentina instancabile lo è stata fin da bambina, quando cucinava e apparecchiava per la madre e i suoi quattro fratelli: «Sono cresciuta in fretta, è vero, ma ho conservato lo spirito da Peter Pan che mi ha permesso di sperimentare sempre tutto con famelica curiosità. Di Luciana si parla e si parlerà ancora molto in Italia per il suo nobile operato. 


Pensando a lei, infatti, è impossibile non rivedere la protagonista della pellicola Cuore Sacro di Ferzan Ozpetek che, pervasa da una sorta di input francescano, si spoglia di ogni ambizione professionale per dedicarsi ai più sfortunati. È quello che Luciana ha fatto: da top-manager di successo – dopo aver creato il primo modello di banca multicanale virtuale – è uscita con grande consapevolezza dalla stanza dei bottoni ed è tornata nella sua Lecce per iniziare una seconda vita accanto alle detenute della casa circondariale Borgo S. Nicola: «Quando si raggiungono successi, la vita in un certo senso ti impone di restituire tutto, anche se lo hai ottenuto con fatica e sacrificio. E poi, bisogna ammetterlo, la vera ricchezza è quella interiore, sembra banale ma non lo è affatto».



Hai scelto il carcere. Perché?

Perché ho pensato che questa fascia di persone avesse più potenzialità di riscatto. Volevo cominciare questa mia seconda vita partendo dagli ultimi e dagli invisibili, intenzionata a dimostrare che anche un luogo tetro può diventare un’officina di bellezza. La mia missione è stata fin dall’inizio quella di offrire un un percorso formativo e lavorativo che potesse condurre le ragazze al definitivo reinserimento nella società civile. Nel 2007, infatti, ho creato Made in Carcere, una cooperativa sociale che offre lavoro alle donne detenute per reati minori, divenuta un marchio specializzato in produzione di manufatti artigianali confezionati dietro le sbarre degli istituti penitenziari di Lecce e Trani.



C’è stata una molla a spingerti verso il repentino cambio di vita?

In realtà ho sempre desiderato sentirmi utile anche nel mondo profit. Ed è venuto spontaneo nel momento in cui ho preso coscienza che stavo guadagnando tanti soldi. Ho pensato allora che con l’innovazione tecnologica si potevano creare nuovi modelli di opportunità per i meno fortunati. Sono stata educata ad amare le persone, e ho avuto un’infanzia frastornata dalla perdita di mio padre, morto in un incidente stradale; quel dolore ha permesso a me e ai miei fratelli di acquisire nuove consapevolezze. In più, da manager, vedevo già l’incombere di una crisi di valori che mi ha spronato a rivolgere capacità e competenze al servizio di un mondo ai margini. Risvegliare l’anima spenta di queste persone mi ha fatto davvero bene.



Nasce così Made in Carcere, ormai consolidato brand sartoriale.

Tutti i nostri gadget hanno cuciture semplici e dritte. Abbiamo scelto questo dettaglio di stile perché non necessita di una formazione sartoriale di alto livello. E poi, come amo ripetere, con ago e filo si raddrizzano le cuciture storte della vita. Ogni creazione Made in Carcere è realizzata con materiali e tessuti di recupero, provenienti da aziende italiane particolarmente sensibili alle tematiche sociali. Praticamente cuciniamo con quello che abbiamo in dispensa. Con la seta e i filati pregiati realizziamo borsette eleganti, con le spugne e le coppe di reggiseno creiamo presine da cucina, con il cotone facciamo le buste per i convegni, le shopper e i braccialetti.



Sono molte ormai le case circondariali italiane che seguono il modello Made in Carcere.

Sono felice che ciò avvenga. Anche se spesso qualcuno usa senza autorizzazione il nostro marchio, non vedo in loro degli avversari ma dei partner. Soltanto così si riuscirà a far del bene in maniera più diffusa. Noi abbiamo sdoganato il concetto di carcere affrontando il tema con leggerezza, ironia ed eleganza. Ci siamo concentrati sulla contaminazione delle persone esterne per poter cambiare quelle dentro, dietro le sbarre, diffondendo non immagini dolorose ma messaggi di speranza.



Si parla sempre più spesso della triste realtà in cui vivono i detenuti nelle carceri italiane.

La dignità esiste quando esistono anche il lavoro e la possibilità di riscatto; questo vale per tutte le persone, anche per i detenuti che respirano e pensano come ognuno di noi. L’essere umano non è fatto per vegetare, ma ha bisogno di dimostrare le proprie capacità. Ci sono molti luoghi comuni da abbattere, me ne rendo conto, ma se ogni detenuto acquistasse più dignità, e quindi delle competenze professionali, non commetterebbe più reato. Lo rivelano le statistiche.



C’è ancora qualcuno che di tanto in tanto chiede a gran voce la reintroduzione della pena di morte.

Perché abbiamo perso di vista ogni barlume del rispetto umano, è evidente.

Decidere sommariamente che fine dovrà fare una persona che ha commesso un reato è frutto di questa estrema mancanza di valori civici. Me ne accorgo osservando i ragazzi nel carcere minorile, completamente sfiduciati, che non danno alcun valore alla vita e non distinguono la realtà dal gioco. Abbiamo famiglie in carriera, figli asfissiati dalla prestazione che si dilettano a fare equitazione, pianoforte, danza, calcio, piscina e a produrre senza pensare a costruirsi un’identità di innovatore sociale che si occupi del più debole. In parole povere, si alimentata la competizione anziché la solidarietà e la generosità.



Le iniziative Made in Carcere all’interno delle case di correzione hanno avuto sempre un gran successo.

Abbiamo iniziato con gli Orti verticali, un divertente modo per offrire ai giovani detenuti la possibilità di entrare in contatto con la natura e i suoi tempi. I ragazzi hanno coltivato aromi mediterranei, erbe officinali e ortaggi, sfruttando i tessuti di juta recuperati e confezionati per contenere la terra, i semi e le piante. Anche in questo caso, l’obiettivo primario è stato quello di farli sentire protagonisti-orgogliosi di aver curato e fatto crescere qualcosa con amore e dedizione. Il progetto è stato poi introdotto anche nelle scuole pugliesi, dalle primarie alle secondarie.



Sei in procinto di tirare fuori dalla tua borsa un nuovo progetto, vero?

Un nuovo progetto pensato otto anni fa che finalmente ha trovato la sua strada. Prepareremo biscotti senza uova e senza latte negli istituti penitenziari minorili di Bari e Nisida. Ci stiamo perdendo un po’ tempo in più perché amiamo far bene le cose che possano permettere ai ragazzi di sentirsi artefici del successo dell’iniziativa.



Cosa manca ai ragazzi che scontano la pena nelle carceri minorili?

Una vita normale. Pensa che abbiamo organizzato dei cineforum accompagnando alla visione dei film il consumo di popcorn caldi e CocaCola fresca, per permettergli di vivere qualche passaggio di quella normalità che non avevano ancora conosciuto.



Cosa scorgi negli sguardi dei ragazzi e delle donne che vivono e lavorano dietro le sbarre?

Il carcere è una durissima palestra di vita. La mia più grande soddisfazione è lo scorgere nei loro sguardi l’avvenuto cambiamento. I loro occhi si accendono di gioia, le loro espressioni acquistano serenità; si sentono utili e liberi di archiviare le turbolenze del passato per aprirsi a un futuro migliore e radioso, e imboccare la strada dell’onestà. Ho con molte ex-detenute tornate in libertà ho un rapporto quasi quotidiano che si consuma attraverso lo scambio di messaggi su Facebook. Ogni volta che mi raccontano della loro nuova vita, mi commuovo e mi convinco sempre di più che Made in Carcere ha dato loro la possibilità di poter crescere per vivere bene.



Inutile chiederti se torneresti a lavorare in banca.

No. Non ho alcuna intenzione di tornare al mondo profit perché faccio tutti i giorni il pieno di quella sana energia che nutre lo spirito. (Domenico Marcella)


Domenico Marcella

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