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La Bellezza non può essere interrogata: regna per diritto divino.

Così si sono espressi il card. Ravasi,il segretario generale della Conferenza episcopale italiana Nunzio Galantino e mons. Pasquale Iacobone

di Redazione online
La Bellezza non può essere interrogata: regna per diritto divino.
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Di arte e bellezza si parla quasi ogni giorno, così come nella Chiesa si discute da alcuni decenni di come sia possibile tornare a far dialogare arte e fede attraverso nuove committenze e una nuova sensibilità da parte degli artisti. Se ne parla spesso e, come ha annotato il cardinale Gianfranco Ravasi, non senza una scontata retorica intorno al concetto di bellezza. Anzi, ha sottolineato con una battuta il presidente del Pontificio Consiglio della cultura, «si dovrebbe vietare la citazione della famosa frase di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”». La collocazione giusta di questa espressione è in contrapposizione ai concetti di bruttezza, che è una categoria estetica, e di bruttura, che è una categoria etica, morale. Inoltre il termine italiano “bello” «deriva dal tardo medievale “bonicellus” che unisce in sé i concetti di buono, bello e utile che sono tipicamente biblici». Giovanni Damasceno, ha spiegato ancora Ravasi, che è stato uno degli ultimi grandi padri della Chiesa e si era molto speso in favore del grande significato spirituale trasmesso dalla bellezza delle icone, sosteneva che il miglior modo per spiegare la fede a un pagano era di portarlo in una chiesa e mostrargli il ciclo delle opere artistiche lì presenti. «Ma oggi è ancora possibile fare questo considerando che tante chiese possono invece provocare un effetto contrario?». A questo proposito lo stesso cardinale, sollecitato da alcune domande sulla scarsa qualità di molte architetture religiose contemporanee, ha citato esempi positivi come la chiesa Dio Padre Misericordioso alla borgata romana Tor Tre Teste, opera di Meier, ma anche David Maria Turoldo che definiva certe chiese come «garage sacrali dove i fedeli sono parcheggiati davanti a Dio». Così come per Ravasi, anche per il vescovo Galantino si tratta di un problema di formazione tanto culturale quanto spirituale. «La comunità ­ha detto il segretario della Cei ­ diventa capace di educare al bello quando è accogliente, quando è in relazione e in dialogo. In questo modo il senso del bello può essere vissuto, trasmesso e salvaguardato. Per questo siamo convinti che il concetto di bellezza sia legato a un discorso formativo». Del resto, ha detto il cardinale, «arte e fede sono sorelle così come la dimensione etica e quella estetica». Insomma, solo se sono o se diventano oasi di bellezza e di pace le nostre parrocchie possono essere anche punti di riferimento per la comunità e per il nucleo urbano nel quale sono inserite. E questo non vale solo per la pittura, la scultura, l’architettura, ma anche per la musica, tanto più che da anni la sensibilità musicale nelle liturgie domenicali sembra essersi standardizzata su basi ormai stantie. Nasce così l’idea, ha detto monsignor Moreira Azevedo di un convegno internazionale sulla musica sacra, che si terrà a marzo in occasione dei cinquant’anni della Musicam Sacram, l’ultimo documento ecclesiale su questo tema, che pure è tanto importante in chiave pastorale e spirituale. Insomma, ha spiegato Iacobone, il progetto “Educarsi alla bellezza” intende produrre una fotografia dello stato dell’arte, «di ciò che si fa e di quello che non si fa». Poi, sulla base di tutta questa mole di dati, si dovranno costruire le basi sulle quali artisti e committenti potranno tornare a dialogare in chiave moderna, ma con totale aderenza alle esigenze del culto, della liturgia, della spiritualità, della sensibilità dei fedeli e del rispetto della tradizione. «Non per una rincorsa frenetica verso il nuovo ­ - ha concluso Ravasi citando il politico francese Jean Léon Jaurès - ­ ma nella consapevolezza che la tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel tenere viva la fiamma». Allo stesso tempo si potrebbe dire, col critico e moralista colombiano Nicolás Gómez Dávila, che «quando viene meno il rispetto per la tradizione, la società, nella sua incessante smania di rinnovamento, consuma freneticamente se stessa».


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