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L'ADDIO DELLA TAMARO ALLA SUA CAGNOLINA, UCCISA DA UN BOCCONE AVVELENATO

Redazione online Famiglia Cristiana
Pubblicato il 16-01-2019

A causa di un boccone avvelenato è morta Pimpi, la cagnolina che la scrittrice Susanna Tamaro aveva preso sei mesi fa nel canile di Orvieto. Purtroppo casi come questi sono frequenti: il gesto vile e rancoroso di chi individua in cani e gatti un fastidio, e dissemina trappole mortali in parchi pubblici, cortili condominiali e luoghi dove i cani vanno a passeggio. Toccanti le parole che la Tamaro ha scritto sulla sua pagina facebook: «Ti ho cercata a lungo e, alla fine, ti ho trovata dietro le sbarre di un canile. Per un mese, come la Volpe con il Piccolo Principe, sono venuta a trovarti con regolarità perché volevo essere certa che la gioia che provavo io nel vederti la provassi anche tu. E alla fine, quando ti ho portato a casa, è stato subito un grandissimo amore. Eri intrepida, ma mai fanatica, allegra e ubbidiente, amavi i cani, i gatti, i bambini. Amavi il mondo intero e i tuoi occhi osservavano il mondo con inesausta curiosità.

Avresti dovuto essere il cane della mia vecchiaia, piano piano, con gli anni, avremmo rallentato il passo insieme e poi, un giorno ci saremmo seduti sulla panca davanti casa e avremmo visto il sole tramontare, consapevoli che, oltre il tramonto del giorno, quello sarebbe stato anche il tramonto della nostra vita. Nei lunghi anni di compagnia, con la tua gioiosa felicità saresti stata l’antidoto naturale all'inevitabile malinconia del passare degli anni. Ma purtroppo non è stato così.

Pimpi è morta ieri, uccisa da un boccone avvelenato. Era con me da appena sei mesi.

Addio, piccolo raggio di luce, meraviglioso arcobaleno che hai allietato un tempo purtroppo così breve».

Ma cosa dice la legge di fronte a queste azioni? Occorre sapere che l’uccisione di animali (domestici e non) è un reato e l’autore di questi gesti, se individuato, subisce una condanna. Il codice penale (art. 544-bis) punisce infatti l’uccisione di animali «per crudeltà o senza necessità» e spargere polpette avvelenate allo scopo di uccidere animali rientra perfettamente tra le fattispecie penalmente rilevanti. Anche se l’animale si salva, a causa delle forti sofferenze inflitte dal veleno si configura comunque il reato di maltrattamento (art. 544-ter), punibile con la pena della reclusione sino a 18 mesi. Se invece l’animale non solo soffre ma come spesso accade muore solo dopo una lunga agonia, si avrà maltrattamento aggravato dalla morte, per il quale è previsto un aumento di pena. (Famiglia Cristiana).


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