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Italia senza figli, non si ferma il declino delle culle. In calo anche i nati dagli stranieri

di Luciano Moia, Avvenire
Italia senza figli, non si ferma il declino delle culle. In calo anche i nati dagli stranieri
Credit Foto - Avvenire

L’Italia si riempie di rughe mentre le culle rimangono sempre più vuote. In attesa che i nuovi signori della politica comprendano che la denatalità non è "uno" dei problemi che sono chiamati a risolvere, ma "il" problema centrale, quello più urgente e drammatico, l’Istat comunica i nuovi dati su denatalità e invecchiamento della popolazione. Il minimo storico delle nascite – mai così basso nella storia dell’Unità d’Italia – è stato nuovamente superato al ribasso.


Nel 2017 i nuovi nati sono risultati 15mila in meno ri spetto all’anno precedente, e per il terzo anno consecutivo sotto il mezzo milione. Lo scorso anno sono nati soltanto 458mila bambini. Meno bambini anche nelle famiglie straniere. Aumentano invece i decessi, le persone che lasciano il Paese, soprattutto tra i più giovani, e così la popolazione si assesta a poco più di 60 milioni di residenti (60.483.973).


Un calo di oltre centomila rispetto all’anno scorso, reso ancora più problematico dal rapporto tra cittadini di origine italiana e di origine straniera. Mentre i primi hanno fatto registrare un saldo negativo di 202.884 persone, i secondi sono aumentati di 97.412. Un avvicendamento che, lungi dal suscitare osservazioni xenofobe o di supremazia etnica, sollecita comunque non poche domande. Il saldo negativo della popolazione attraversa tutta l’Italia (- 3,2 per mille). Unico angolo felice la provincia di Bolzano (+1,8), mentre particolarmente pesante la situazione in Liguria (-8), ma anche in Molise, Umbria, Friuli, Piemonte e Marche (- 5 per mille).


Rispetto al 2016 i decessi (650mila) sono risultati 34mila in più – triste record dal 1945 a oggi – risultato certo di una popolazione sempre più anziana, ma probabilmente anche di una flessione nella qualità e nella diffusione dell’assistenza ai malati cronici.


«Il minimo storico delle nascite è purtroppo una notizia tristemente attesa, visti i dati di trend, e bruttissima. Da qui partiamo: il senso primario del ministero per la Famiglia è il rilancio demografico, con politiche concrete di sostegno alla natalità», ha assicurato il ministro per la Famiglia e le Disabilità Lorenzo Fontana.


Profondamente preoccupata anche la riflessione della presidente del Movimento per la vita, Marina Casini: «Occorre osservare che il crollo della natalità ha di per sé già assottigliato il numero delle donne in età fertile, in particolare negli anni in cui in cui la fertilità è massima (tra i 20 e i 35), determinando a cascata una minor quantità di concepimenti. Mentre si condivide la preoccupazione comune per le prospettive di un inverno demografico sempre più rigido – ha proseguito – non si può non avvertire la contraddizione dell’enorme numero di aborti volontari praticati». Che fare quindi?


«È tempo di ripensare l’importanza sociale della maternità, che la Costituzione – ricorda Marina Casini – dichiara di proteggere, tanto più che la legge 194 del 1978 pone a carico dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali il compito di promuovere e sviluppare "i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia utilizzato come mezzo di controllo delle nascite"». Secondo i dati Istat diffusi ieri il picco positivo delle nascite, quando i dati superavano il milione di bambini, risale ormai a oltre mezzo secolo fa: gli anni del baby-boom furono tra 1964 e 1965, con numeri sostenuti anche negli anni successivi, e la diminuzione delle nascite oggi è legata sia a «fattori strutturali», ma anche «all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom». Dai dati statistici anche uno spaccato della presenza dei migranti: 5 milioni i residenti regolari, anche se si è registrata lo scorso anno una battuta d’arresto nell’acquisizione della cittadinanza. In Italia risiedono persone di circa 200 nazionalità: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni); la cittadinanza più rappresentata è quella rumena (23,1%) seguita da quella albanese (8,6%).


Luciano Moia, Avvenire

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