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Il viaggio di Sofia e del suo bambino

Sofia ha 31 anni e un bambino di 40 giorni. Mentre lo culla dolcemente canta una ninna nanna, quella che le cantava sua madre ad Asmara, quando non riusciva a dormire.


Suo figlio è nato i primi di dicembre in un centro di detenzione vicino Tripoli, in Libia.


Mentre canta Sofia non riesce a trattenere le lacrime: “dovevo partorire non c'era un medico, non c'era nessuno. Il bambino non riusciva ad uscire, ho tagliato con una lametta. Solo  Dio ci ha aiutato.”


Sofia è arrivata in Italia a bordo del primo volo che ha evacuato rifugiati vulnerabili arrivato dalla Libia alla vigilia di natale. A bordo erano in 162, un volo fortemente voluto dalla Chiesa, da Papa Francesco.


“Ci trattavano come bestie. Mi hanno picchiata con un bastone sulla schiena anche se ero incinta. Sono stata in prigione per sei mesi e non ho dormito neanche una notte. Venivano le guardie a stuprare le donne. Non ci davano da mangiare, era un inferno."


Il bambino di Sofia é arrivato denutrito. Il medico ha detto che in quelle condizioni sarebbe morto nel giro di pochi giorni.


Nelle prime due settimane di gennaio si contano 160 morti annegati nel Mediterraneo, undici morti al giorno. È con questo drammatico bilancio che in Italia si celebra la giornata mondiale del migrante. Ma i numeri raccontano anche di altre migliaia di persone intrappolate in Libia, in quei centri di detenzione dove le persone vengono liberate solo dopo aver pagato un riscatto e dove vengono riportate indietro se intercettate dalla guardia costiera libica in virtù di quel patto voluto dal governo italiano per “contenere i flussi”. Un patto che ha riportato migliaia di persone nell'incubo di violenze e stupri raccontati da Sofia e da molti altri consumati in luoghi cui non hanno accesso le organizzazioni umanitarie.


I numeri raccontano anche dei 35 mila rifugiati eritrei e sudanesi che Israele sta cercando di costringere ad andare via. Un ricatto che offre 3.500 dollari per tornare indietro e il carcere a vita per chi resta. Si tratta di rifugiati che rischiano la vita se tornano indietro. L'avviso del governo israeliano ha il suono di una condanna a morte e rimbalza sulle stesse pagine di giornale che titolano sugli insulti razzisti del presidente degli Stati Uniti d'America contro gli immigrati che vengono da Haiti, El Salvador e stati africani, che chiama paesi latrina.


Nella giornata del migrante fa bene riflettere sulle parole di odio e fa bene riflettere sui numeri. Quelli che raccontano l'orrore e le complicità, ma anche quelli che svelano l'inconsistenza dei luoghi comuni, delle parole come “invasione”.


La rotta del Mediterraneo è la più letale al mondo, ma non è la più battuta. Il rapporto dell'Onu sulle migrazioni dice che la prima rotta porta dal Messico agli Stati Uniti (12,7 milioni di persone nel 201, erano 9,4 nel 2000), segue quella che va dall'India all'Arabia Saudita (3,3 milioni), dalla Siria alla Turchia (3,3 milioni di migranti siriani  vivono in Turchia). Il rapporto dice che nessuna rotta, tra le prime 15 mondiali, conduce verso l'Europa, che invece è al secondo posto dopo l'Asia come continente dal quale la popolazione emigra.


C'è un paese del centro Africa, l'Uganda che ha 41 milioni di abitanti e ha ospitato un milione trecentomila rifugiati dal Sud Sudan. In Italia ne sono arrivati 119 mila secondo i dati del Viminale, ma ospitarli sembra essere una operazione impossibile con l'emergenza permanente, paesi in rivolta per l'arrivo di una decina di rifugiati, le mafie che continuano ad arricchirsi grazie alle norme senza controllo garantite proprio dalle condizioni di “emergenza”. Un paradosso, al momento senza soluzione. In Uganda invece, seppure le Nazioni Unite abbiano segnalato da tempo che è stato raggiunto il punto critico, i rifugiati vengono accolti e gli viene concesso un pezzo di terra da coltivare.


Il dato più evidente dice che in Italia ci sono circa 5 milioni di immigrati, un dato stabile da tempo; gli emigranti italiani sono circa 5 milioni, un dato in crescita.

Nonostante la logica e la matematica dicano che l'emergenza non esiste, il nostro paese continua a vivere in uno stato di emergenza permanente che, peraltro, getta le premesse per l'affido di bandi e appalti senza troppi controlli favorendo l'insinuarsi delle mafie. Per “contenere i flussi” si fanno accordi con dittatori e bande tribali che sono la causa della fuga di migliaia di persone, cui facciamo la paradossale richiesta di fermare il flusso di di migliaia di persone in fuga pagando decine di milioni di euro. Un circolo vizioso e senza soluzione che legittima le dittature e lascia senza alcun supporto chi cerca di salvarsi la vita.


Sofia allatta il suo bambino e continua a piangere. “Io sono molto fortunata, ma penso a quelli che sono rimasti. Almeno 800 persone abbiamo lasciato in quella prigione. E ancora sono li, è terribile quel posto”.


Di Valerio Cataldi - TG2



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