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A cosa serve l'arte?

di Elvio Lunghi
A cosa serve l'arte?

Cosa fanno tutte queste immagini nella chiesa di Assisi? A cosa serve l'arte sulle pareti di una chiesa? Dio nessuno l'ha mai visto, però il suo figlio unigenito ce lo ha rivelato (Gv 1, 18); così la Chiesa dei primi secoli conobbe la liceità delle immagini in seguito all'editto di Milano (313 d.C), quando l'imperatore Costantino fece costruire le prime basiliche cristiane e le fece decorare con immagini fatte ad arte, nonostante il divieto presente nella legge mosaica.

Ne seguirono vivaci polemiche tra iconoduli e iconoclasti, ma intanto il principio era passato. Non saranno gli storici dell'arte odierni a svelarci il significato dell'arte, impegnati come sono a spiegare chi è l'autore di questo o quel dipinto sulla base della propria autorità. Le immagini sulle pareti di una chiesa non distolgono i religiosi dalla preghiera? Gli uomini di fede, i pellegrini, non si lasceranno distrarre dalla «deformis formositas, ac formosa deformitas» di pittori famosi? La bellezza deforme e la bella deformità che Bernardo da Chiaravalle criticò nei chiostri dei conventi. È proprio vero che la bellezza salverà il mondo, come scrisse Fëdor Dostoevskij? Ma quale bellezza?

Già, quale bellezza? Per Francesco era la bellezza del sole, della luna, delle stelle. Dell'aria e dell'acqua: la bellezza del mondo creato da Dio. Ma anche la bellezza di «frate focu». Certamente il fuoco era utile: «per lo quale enallumini la nocte». Ma era anche «bello et iocundo et robustoso et forte». Per Francesco il fuoco è bello come il sole è bello. Il sole acceso da Dio, il fuoco acceso e accudito dalle mani, dall'ingegno, dalla bravura dell'uomo. O meglio ancora della donna.

Per la chiesa di Assisi non abbiamo purtroppo la cronaca di frate Elia, il frate che la costruì su incarico di Gregorio IX. Non abbiamo neppure il racconto dei frati che videro il lavoro dei pittori nel secolo che seguì la morte di Francesco, e probabilmente intesero il significato autentico delle immagini che vi si dipingevano. Abbiamo un racconto tardo, di fra Ludovico da Pietralunga, vissuto nel secolo XVI; ma è un frate attento a descrivere lo stile dei pittori e le caratteristiche delle immagini, piuttosto che svelarne il significato e le intenzioni. Si fosse conservato per Assisi un racconto come la cronaca dell'abate Sugerio di Saint-Denis! Che ricostruì questa abbazia reale nei dintorni di Parigi e la fece decorare di vetrate e di statue, ma tacque il nome dell'architetto e dei pittori e parlò solo delle proprie intenzioni. Ne abbiamo un pallido riflesso nelle parole di un vescovo di Pisa, Federico Visconti, che predicando nella chiesa dei frati l'anno 1261 consigliò un pellegrinaggio alla tomba di san Francesco ad Assisi. Una chiesa «gloriosa et pulcerrima et spatiosa», come devono essere le chiese di santi così grandi: «Oh! quanti sono oggi i maschi e le femmine che sono andati a san Francesco ad Assisi per fare penitenza per i propri peccati. E giustamente, perché glorioso è il Santo nel nostro tempo, e gloriosa e bellissima e spaziosa è la chiesa a lui dedicata, che il signor papa Innocenzo IV ha dotato e arricchito di grandi privilegi e molti tesori.

E così devono essere costruite le chiese di tali santi, che cioè l’animo vi ami andare, in esse fermarsi e anche ritornare». Per fortuna abbiamo la testimonianza di Angela da Foligno a ripagarci di tante assenze.

Angela che venne in pellegrinaggio ad Assisi un giorno dell'anno 1290 o '91, quando la chiesa era ancora spoglia d'immagini. Era da poco passato mezzogiorno quando entrò nella vasta aula superiore e cominciò d'improvviso a gridare, tanto che i frati la cacciarono. Qualche tempo dopo un frate incontrò Angela in una chiesa di Foligno e le chiese ragioni dell’accaduto. Ne seguì un lunghissimo sfogo, che il frate annotò in foglietti volanti, poi in un quaderno più grande, infine in un libro che fu mandato a Roma per l'approvazione.

Da questo racconto sappiamo come Angela si fosse recata ad Assisi per pregare Francesco di aiutarla a seguire rettamente la regola dei frati Minori, in particolare nell’osservanza della povertà. Superata la città di Spello e giunta a un trivio della strada in direzione di Assisi, dove è la chiesa della Trinità, si unì ad Angela uno spirito misterioso che per tutto il cammino, salendo la collina allietata da vigneti, non cessò mai di parlarle, giurandole il suo amore e offrendosi di accompagnarla fin dentro San Francesco.

Arrivata ad Assisi, Angela s’inginocchiò all’ingresso della chiesa e qui vide Francesco dipinto sul petto di Cristo, che le diceva «Così ti terrò stretta, più di quanto tu possa vedere con gli occhi del corpo, e non ti lascerò mai se mi amerai». A questo punto lo spirito misterioso scomparve.

Vistasi abbandonata, Angela cominciò a gridare: «Amor non cognitus, et quare scilicet me dimittis?». Nel suo racconto il frate annotò come Angela avesse effettivamente visto una immagine dipinta, cioè il soggetto della vetrata che si trova a sinistra dell’ingresso. Evidentemente la donna era entrata nel cono luminoso della vetrata e aveva provato un'estasi mistica. A cosa serve l'arte all'interno delle chiese? Ci fa vedere Dio con gli occhi del corpo. Sta a noi rispondere sì, sì; oppure no, no (Mt 5, 37). Angela rispose.


Elvio Lunghi

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