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Franco Cardini

Un Pater Noster commentato (o sceneggiato) da Francesco?

Su Francesco d’Assisi ormai si sa moltissimo: a volte sembra perfino di saperne fin troppo. Ma le regole del gioco – specie quelle del gioco della storia – sono lontane da quelle che di solito immaginiamo. Ampliare il cerchio delle nostre cognizioni significa fatalmente (è, se volete, una regola “geometrica”) allargare la circonferenza che delimita quel che sappiamo distinguendolo da quanto ci è ignoto. E più quella circonferenza si allarga, più sappiamo e impariamo, più scopriamo – ed è una realtà affascinante, ma anche spaventosa – che, al di là di essa, l’oceano o la foresta di quel che ci è ignoto sono ancor più immensi. Aveva ragione il dottor Faust, stando a quel che gli fa dire Goethe: per quanti sforzi si facciano, non ne sapremo mai abbastanza.

Il che risulta con particolare evidenza da quel pozzo senza fondo, da quella montagna dalla cima inaccessibile che è ormai da ben oltre un secolo la “questione francescana”. Da quando nel 1894 Paul Sabatier sconvolse le fin allora comode certezze di chi, a proposito della vita del Povero d’Assisi, quietamente si affidava al racconto tessuto nel 1260 da Bonaventura di Bagnoregio – quella Legenda maior che sei anni dopo, per decreto del Capitolo generale dell’ordine, avrebbe dovuto sostituire tutte le altre – il dilemma dei molti racconti agiografici che ce lo presentano in modo spesso radicalmente diverso fra loro (o che, al contrario, s’intrecciano e si complicano a vicenda) è divenuto inestricabile. Ma, al di là delle menzogne e delle falsificazioni, in quanti modi e da quanti punti di vista si può raccontare la vita di un uomo?

Perfino a proposito delle studiatissime, discussissime, pubblicatissime fonti francescane gli esami e le scoperte (quindi le polemiche) non finiscono mai. Studiando pazientemente cinque sparsi frammenti testuali il studioso francese Jacques Dalarun (molto apprezzato da Giovanni Miccoli e da André Vauchez: e non è certo poco), giunse nel 2007 a pubblicare un dottissimo e complesso studio nel quale sosteneva che essi facevano parte di un’opera perduta del primo biografo di Francesco, Tommaso da Celano, intermedia tra le sue due Vite conosciute. Tale testo, denominato Leggenda umbra, sarebbe stato composto non troppo tempo prima della deposizione di frate Elia da Cortona dall’ufficio di ministro generale dell’Ordine (che avvenne nel 1239), in quanto esprime un parere a lui favorevole.

La pazientissima tela tessuta da Dalarun, per certi aspetti convincente, restava comunque un lavoro indiziario: un’ipotesi. Ma essa poté divenire soggetto di autentica tesi storica, sostenuta da una prova documentaria, allorché nel 2014 una galleria parigina mise in vendita un codicetto appartenente a privati e subito acquisito grazie all’interessamento dello stesso Dalarun dalla Bibliothèque Nationale de France, dov’è catalogato come NAL e245. In tale manoscritto (nei quindici fogli 69r-84v) una Vita beati nostri Francisci corrisponde al testo che Dalarun aveva ipoteticamente ricostruito sette anni prima. E in esso ci sono molte novità: un’équipe di studiosi l’ha analizzato riga per riga e parola per parola, scoprendovi delle autentiche gemme.

Una di esse, è proprio lo specialista che ne ha ricostruito filologicamente il testo, Dominique Poirel, a proporcela adesso in traduzione italiana col testo originale a fronte in uno strepitoso piccolo libro, Commento al Padre Nostro. Un testo finora sconosciuto del Poverello? (Milano, San paolo, 2018, pp. 87, euri 12). In effetti, in esso leggiamo un incredibile, commovente commento al Pater Noster che ha l’aspetto di una esposizione della celebre Oratio dominica sotto forma non solo di expositio, ma addirittura di drammatizzazione: un anonimo trascrittore sembra aver riportato fedelmente - secondo i moduli della reportatio - la preghiera sotto forma omiletica come esposta (si potrebbe pensare) a due voci: un frate che parla in nome di Dio e un altro che dà voce ai penitenti. Una specie di “sacra rappresentazione” che sembra riportarci ai primi tempi della vita spirituale della comunità minoritica e soggettista-regista della quale potrebb’essere stato lo stesso Francesco. 


Certamente molti specialisti troveranno numerosi argomenti per mettere in discussione questo testo e la ricostruzione del suo contenuto. Posso già anticipare, tra i molti che personalmente ho intervistato al riguardo, che ad esempio uno molto autorevole, Marco Bartoli, ritiene – con infinita cautela – che la cosa possa avere un suo convincente fondamento; altri propendono per un parere maggiormente improntato al dubbio. Di analogo avviso, pur esprimendo qualche perplessità e augurandosi approfondimenti e verifiche, sono ad esempio Massimiliano Bassetti e Alfonso Marini; mentre Grado Giovanni Merlo, che almeno giorni fa non aveva ancora affrontato la lettura del libro edito da Poirel, ha allora preferito correttamente non pronunziarsi nemmeno a livello ipotetico. Certo, come in questi casi avrebbe detto Umberto Eco, “se non è vera, è ben trovata”. Vedremo. 



Comunque è un bel testo, a volte commovente, ed è bello sia pur provvisoriamente immaginare che sia espressione, se non proprio direttamente di lui, quanto meno della spiritualità dei primi seguaci del Povero d’Assisi. 

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IL COMMENTO DI JACQUES DALARAUN

Certamente molti specialisti troveranno numerosi argomenti per mettere in discussione" l'attribuzione di questo commento a Francesco (ciò che non afferma Poirel), ma non vedo chi potrà "mettere in discussione questo testo e la ricostruzione del suo contenuto", poiché la sua esistenza è une evidenza codicologica.

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