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Edoardo Scognamiglio

La vita consacrata come luogo di frontiera e le attese di papa Francesco

Luogo di frontiera: così mi piacerebbe definire la vita consacrata. Luogo dell’imprevisto, dell’inedito, dell’originale; fuori dalle consuetudini scontate e rassicuranti; laboratorio attrezzato per la costruzione dell’uomo nuovo, sempre in attesa di futuro; spazio d’inclusione, senza chiusure, senza pregiudizi, ove le diversità sono accolte e riconciliate tra di loro in un’armonia non perfetta ma reale e comunionale. Luogo dove è spezzato il pane della carità per i tanti affamati di Dio. Sono certo che, in occasione dell’Anno dedicato alla Vita consacrata, alla luce delle esortazioni papa Francesco, non mancheranno proposte concrete da parte di tutti gli Ordini religiosi e delle Congregazioni e degli Istituti di Vita consacrata per favorire la crescita di questa profezia nella vita della Chiesa per il bene del mondo.


1. Servire Dio nell’uomo

La vita consacrata, nonostante ombre e difficoltà, è un’esperienza intensa di fede e di relazione con il Signore; ed è tutt’altro che disinteresse per la storia e per il destino degli uomini. È servitium Dei et hominis, testimonianza di coerenza e di responsabilità. Ancora oggi, sembra dire papa Francesco nella Lettera a tutti i consacrati, è un prezioso spaccato di vita evangelica, uno spazio di servizio e di profezia, una riserva di coraggio e sapiente follia. La missione dei consacrati è al servizio del bene comune, delle città, delle famiglie: non mera distribuzione del benessere materiale, ma promozione del valore della persona, di ogni uomo e donna. I consacrati aiutano a superare la crisi antropologia in atto, il vuoto di tante esistenze, catturate da una falsa idea di autonomia, rinchiuse nella propria individualità. Il mondo ha bisogno dei consacrati e non solo la Chiesa. I cittadini di tutto il mondo pensano ai consacrati con simpatia e riconoscenza per tutto il bene che da essi hanno ricevuto, per le numerose istituzioni cartitativeed educative di cui è ricca la storia dei religiosi. Ogni comunità ecclesiale li immagina al proprio fianco nel difficile compito di formare le coscienze a una fede vigile e operosa, immersa nella concretezza delle difficili situazioni in cui versano le famiglie. Si tratta di una preziosa risorsa, insostituibile per la nuova evangelizzazione. La vocazione a una vita integrale può essere di grande stimolo per una città e un mondo dove regna spesso il pressapochismo, l’arte di arrangiarsi, la cultura dell’effimero, giocando al ribasso ed elevando la furbizia a regola di vita.


2. Cinque grandi impegni

Per questo anno di grazia dedicato alla Vita consacrata, papa Francesco si attende almeno cinque impegni dai consacrati.


a) La gioia

Il primo è di essere persone felici, contente, realizzate, gioiose, perché «Dove ci sono i religiosi c’è gioia». Il papa non ha parlato della santità bensì della gioia. Siamo chiamati a «sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa cattolica, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita. Che tra di noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché “una sequela triste è una triste sequela”». Il senso della gioia cristiana è il Cristo crocifisso e risorto. Egli ci educa al valore autentico della perfetta letizia, sull’esempio di san Francesco, il Poverello. La vita consacrata non cresce se organizziamo delle belle campagne vocazionali, ma se le giovani e i giovani che ci incontrano si sentono attratti da noi, se ci vedono persone felici! Perché la Chiesa cresce per attrazione e non per proslitismo!


b) Svegliare il mondo

Il secondo impegno è relativo alla profezia: «Mi attendo che “svegliate il mondo”, perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia». Il profeta è la coscienza critica d’Israele, il vento nuovo, colui che sa discernere i segni dei tempi e leggere anche le azioni o gli interventi di Dio nella storia. «Il profeta riceve da Dio la capacità di scrutare la storia nella quale vive e di interpretare gli avvenimenti: è come una sentinella che veglia durante la notte e sa quando arriva l’aurora (cf. Is 21,11-12). Conosce Dio e conosce gli uomini e le donne suoi fratelli e sorelle. È capace di discernimento e anche di denunciare il male del peccato e le ingiustizie, perché è libero, non deve rispondere ad altri padroni se non a Dio, non ha altri interessi che quelli di Dio. Il profeta sta abitualmente dalla parte dei poveri e degli indifesi, perché sa che Dio stesso è dalla loro parte […]. A volte, come accadde a Elia e a Giona, può venire la tentazione di fuggire, di sottrarsi al compito di profeta, perché troppo esigente, perché si è stanchi, delusi dai risultati. Ma il profeta sa di non essere mai solo. Anche a noi, come a Geremia, Dio assicura: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Siamo piccoli profeti, ciascuno con il nostro cono d’ombra. Quello che conta è, però, il fatto che siamo in grado di lasciarci irradiare dalla luce, di stivare dentro di noi la luce. Non siamo testimoni dei comandi del Signore o della sua forza o dei suoi castighi, neanche del suo giudizio, bensì della sua luce. Siamo luce di quel Dio liberatore che è venuto in Cristo Gesù a salvare e a sanare, a consolare e a guarire. Il Precursore prepara la strada a uno che è venuto e ha fatto risplendere la vita (cf. 2Tm 1,10). Come il Battista, noi siamo la voce di un Dio appassionato, innamorato dell’uomo. Noi siamo voce abitata da un altro, dall’Altissimo. Solo Dio è la Parola, noi siamo l’eco della Parola. Io sono voce quando sono profeta, quando trasmetto parole lucenti e parlo del sole, del bene, del bello, dell’amore, gridando nel deserto delle nostre comunità e città come Giovanni, o sussurrando al cuore ferito dei nostri fratelli come il profeta Isaia. Svegliare il mondo è possibile se anzitutto ridestiamo noi stessi, se con la preghiera e la fiducia nel Signore sappiamo muovere il bene e diffonderlo nelle comunità. La forza del male è nel nascondimento. La forza del bene è nella luce, nella rivelazione. Il male si diffonde con le chiacchiere, con i cattivi pensieri, con le gelosie, le invidie, la pigrizia. Il bene si muove con lo zelo, con la passione, con la forza di chi è innamorato e attratto dall’amore di Dio. Il Battista sembra dirci che il mondo si regge su un principio di lue e non sulla prevalenza del male, che vale molto di più accendere la nostra lampada nella notte che imprecare e denunciare il buio.


c) Uomini e donne del dialogo, di comunione

Il papa ci chiede ancora di essere “esperti di comunione”, ossia persone che vivono concretamente la “spiritualità della comunione”, indicata da san Giovanni Paolo II. In quest’ottica, la fraternità è dono e compito, progetto e missione, sfida e sacrificio da compiere. Papa Francesco s’appella a un principio caro alla tradizione spirituale cristiana: il principio veritativo della fede – dell’amore per Dio – è l’amore per il prossimo, per chi vive con noi. L’amore per Dio, la contemplazione delle Scritture e la vera fede aprono a una comunione orizzontale che ci rende estroversi, ossia rivolti verso gli altri e non ripiegati su noi stessi per accogliere le attese dell’umanità. Ci sono, infatti, scrive il papa, «persone che hanno perduto ogni speranza, famiglie in difficoltà, bambini abbandonati, giovani ai quali è precluso ogni futuro, ammalati e vecchi abbandonati, ricchi sazi di beni e con il vuoto nel cuore, uomini e donne in cerca del senso della vita, assetati di divino… Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalle piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi. Questi si risolveranno se andrete fuori ad aiutare gli altri a risolvere i loro problemi e ad annunciare la buona novella. Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando».


d) Gesti concreti di carità

Il quarto impegno riguarda la carità: il papa si aspetta dai consacrati «gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività nella catechesi, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera. Di conseguenza auspico lo snellimento delle strutture, il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità, l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni».


e)Persone che si interrogano

Nel quinto impegno il papa chiede che ogni forma di vita consacrata s’interroghi su quello che Dio e l’umanità di oggi domandano. Occorre dare spazio alla fantasia dello Spirito che ha generato modi di vita e opere diversi per andare verso le periferie esistenziali dell’umanità.
Siamo pronti, personalmente e come comunità, a vivere queste sfide e a prendere tali impegni per l’anno della Vita consacrata? Quali i segni di carità e di impegno sociale da portare avanti? Siamo in grado di prendere parte alle nuove forme di evangelizzazione? In che cosa stiamo dormendo? Sentiamo la passione per il Vangelo? Non è forse vero che la prima forma di annuncio è da vivere in fraternità? Non è forse altrettanto vero che tante volte siamo dei rassegnati? Chiediamoci anche: siamo persone felici, soddisfatte, che hanno trovato un’armonia interiore e sanno trasmettere gioia e pace al mondo?

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