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Silvia Ceccarelli

La figura di Rachele, modello di moglie, madre e simbolo di una speranza vissuta nel pianto

All’ingresso dell’aula intitolata a Paolo VI – posta dietro il fianco sinistro della Basilica di San Pietro – campeggia nella sua imponenza sull’altare centrale la scultura bronzea raffigurante la Resurrezione di Cristo. Questo grande Auditorium, caratterizzato da una volta a forma di parabola e da grandi vetrate policrome, accoglie le udienze settimanali del nostro Pontefice. Nella prima udienza che ha aperto il nuovo anno, pellegrini provenienti da ogni parte del mondo (come i frati minori di Verona, il movimento francescano di Betania, le associazioni polisportive, e le coppie di sposi novelli) hanno acceso l’atmosfera con sorrisi, canti religiosi, bandiere sventolate in aria, stretti gli uni agli altri nella fervida attesa di incontrare il Papa, che prima di raggiungere il suo seggio in su’ il palco, procedeva lentamente, passo dopo passo, lungo il cordone dispensando carezze e benedizioni a chiunque cercasse di incrociare le sue mani e il suo sguardo. Uno sguardo che incanta grandi e piccini, poiché effonde quel senso di pace che cancella, sia pure fugacemente, i pensieri e le fatiche quotidiane. D’altra parte un silenzio quasi surreale, interrotto talvolta dal singhiozzo piacevole di qualche bambino, faceva da preludio alle parole che Francesco cominciava a sussurrare avviando così la sua seduta. Parole che hanno richiamato all’ascolto la figura di Rachele, modello di moglie e di madre, oltreché simbolo di una speranza vissuta sia pure nel pianto. Sposa di Giacobbe, Rachele muore dando alla luce il suo secondogenito. Proseguendo la sua catechesi, papa Francesco ha ricordato l’esilio dei figli della donna, “che ora non sono più”, giacché morti al di là dei confini della terra di origine. Rachele (ritratta morta nel racconto della Genesi, ma viva in quello del profeta Geremia) non accetta alcuna consolazione – in fondo come si può consolare una madre davanti a un siffatto dolore? Perché non è pensabile, ha proseguito poi il Papa, lenire un dolore pareggiabile all’amore. Sono tante, ancora oggi, le madri che piangono la morte dei propri figli. Morti impossibili da accettare. Rachele raccoglie le lacrime di chi piange a causa di perdite irrecuperabili. Ciononostante la sua storia ha il potere d’insegnare all’intera umanità quanto sia importante entrare nel dolore degli altri con delicatezza, al punto di volerne condividere persino le lacrime. Soltanto in questo modo le parole possono riaccendere un barlume di speranza, altrimenti, la migliore risposta alla disperazione resterebbe il silenzio o forse pure un semplice gesto. Dio risponde al pianto di Rachele con la veridicità delle sue parole, così come fa il Signore, il quale esorta la donna a trattenere le sue lacrime aspettando il momento in cui le sue fatiche verranno alla fine ricompensate. Rachele ha accettato la morte, perciò il suo pianto diviene principio di “vita nuova” per i figli esiliati cui il Signore promette il rientro in patria affinché vivano liberamente la propria fede. Sono dunque lacrime di speranza. Lacrime che seminano speranza. Il passo di Rachele, ripreso da Matteo e applicato alla strage di innocenti, insegna a rifuggire dal potere che disprezza e sopprime la vita. Nel ricordo del saluto francescano “pace e bene”, il Papa conclude con un tenero sorriso.

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