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Silvia Ceccarelli

L'abbraccio agli ammalati

Perché non a me? È quel che sussurra il cuore quando si tocca da vicino il disagio di donne, uomini e giovani affetti dalla malattia di Huntington: una malattia genetica, ereditaria, che colpisce una comunità di persone sulle quali s’abbatte troppo spesso e ingiustamente un profondo senso di vergogna. Così tante persone, riunite insieme nell’udienza speciale tenuta a maggio da Papa Francesco su questa malattia neurodegenerativa non s’erano mai viste: persone con il coraggio di non piegarsi a una patologia che mina il corpo e la mente oltre ogni possibile immaginazione, e con la forza di non lasciarsi sopraffare dalla paura e dalla rassegnazione. Ognuno di loro proviene da realtà molto difficili, dove al dramma di un morbo su cui i ricercatori continuano ancor oggi ad indagare senza sosta per ottenere migliori risultati in termini di cure e assistenza si aggiungono le condizioni di povertà economica e di miseria nelle quali sono costretti a vivere. In arrivo da Paesi sparsi nel mondo (Portorico, Russia, Canada, Australia, Svezia, Cile, Belgio, Polonia, Danimarca, Colombia, Argentina, Venezuela, Brasile, Italia, ecc.), ogni malato, accompagnato da un suo stretto famigliare, ha affrontato con tenacia e determinazione un viaggio lungo e faticoso per poter incontrare il Santo Padre. Nell’incontro con i malati, Papa Francesco ha esteso il suo caloroso benvenuto a chi porta i segni devastanti della malattia, ringraziando le famiglie, i medici, i volontari e le associazioni che con amore e pazienza camminano instancabilmente accanto a ciascuno di essi. Il Papa ne ha ascoltato le storie, le sfide e le grandi fatiche del quotidiano, come pure le innumerevoli difficoltà ingenerate da una condizione invalidante che innalza barriere favorendo l’emarginazione e lasciando sprofondare gli ammalati in uno stato di vergogna e d’abbandono. Francesco ha esortato a seguire l’esempio di Gesù, per trarne la stessa forza ch’egli sapeva trasmettere agli uomini. Per Gesù la malattia non costituiva alcun impedimento, ecco perché egli andava incontro agli infermi sfidando qualsiasi manifestazione di biasimo e di esclusione. Le persone fragili sono le più preziose, e nessuna malattia può cancellarne la dignità. Nessuna malattia può sminuire l’inestimabile valore umano che ciascun individuo sa di avere dentro di sé. Chi incontrava Gesù si sentiva amato, ascoltato, compreso. Che il Signore – ha detto Papa Francesco – benedica il lavoro dei medici, dei parenti, e dei volontari, e sia punto di riferimento per le famiglie affinché queste s’adoperino non solo ad aiutare ma anche a seminare la speranza. Persino attraverso la sofferenza passa la via del bene, che si può – si deve – percorrere insieme. San Francesco aveva sperimentato il dramma della malattia, però mai se ne sottrasse, poiché nonostante i tormenti fisici che ne impedivano il normale svolgimento delle sue occupazioni, egli era certo che in ogni ferita rivivesse la passione di Cristo, e che la stessa sofferenza di Cristo esperita in prima persona potesse essere convertita in gioia e ispirazione. Chi soffre non sia lasciato solo! L’abbraccio virtuale del Papa dovrebbe rappresentare in questo senso un vero cambiamento per il futuro di queste persone.

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