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Edoardo Scognamiglio

Il fragile dono della Vita consacrata: fidarsi di Cristo è bello

I consacrati sono un dono prezioso per la Chiesa e il mondo: come i profeti, rappresentano la sentinella che attende la venuta del Signore e, con la fiaccola accesa dell’amore, indicano agli uomini e alle donne del nostro tempo la presenza di Dio, il suo passaggio misterioso, anche quando gli altri non se ne accorgono. Come i profeti, anche se fragili e a volte impauriti, religiosi e consacrati di ogni generazione e tipo non solo hanno permesso alla Parola – il Vangelo vivo di Gesù Cristo – di scavare nelle loro esistenze, ma molto di più di fare della testimonianza e dell’annuncio il loro stile di vita. Sono uomini e donne di frontiera, a confine tra il ciglio della strada e la porta del convento, protesi verso gli ultimi e legati con il vincolo della fraternità al loro carisma. Eppure, ha ricordato ultimamente papa Francesco ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata (28-1-2017), che la vocazione religiosa, «come la stessa fede, è un tesoro che portiamo in vasi di creta (cf. 2Cor 4,7); per questo dobbiamo custodirla, come si custodiscono le cose più preziose, affinché nessuno ci rubi questo tesoro, né esso perda con il passare del tempo la sua bellezza. Tale cura è compito anzitutto di ciascuno di noi, che siamo stati chiamati a seguire Cristo più da vicino con fede, speranza e carità, coltivate ogni giorno nella preghiera e rafforzate da una buona formazione teologica e spirituale, che difende dalle mode e dalla cultura dell’effimero e permette di camminare saldi nella fede. Su questo fondamento è possibile praticare i consigli evangelici e avere gli stessi sentimenti di Cristo (cf. Fil 2,5). La vocazione è un dono che abbiamo ricevuto dal Signore, il quale ha posato il suo sguardo su di noi e ci ha amato (cf. Mc 10,21) chiamandoci a seguirlo nella vita consacrata, ed è allo stesso tempo una responsabilità di chi ha ricevuto questo dono». Si può amare solo per sempre Papa Francesco ha individuato tre motivi fondamentali da cui dipendono i numerosi abbandoni da parte dei consacrati. Anzitutto, una certa cultura del provvisorio e del relativismo pratico che ha reso tutto liquido, effimero, facendoci dimenticare che l’identità di un progetto, di una vocazione, si rafforza con la fedeltà. Anche tra noi religiosi si è diffuso il motto: “l’amore è eterno finché dura”. Amare, invece, è donare la vita, sino alla fine, completamente, nella fedeltà alla chiamata del Signore e al proprio carisma. Chi ama lo fa per sempre e non solo per un momento, secondo gli slanci e gli umori del momento! Una seconda motivazione, a carattere socio-culturale, è la logica della mondanità che ha corroso anche la vita di fraternità: il carrierismo, l’egocentrismo, l’affermazione individualistica a tutti i costi. Segue un terzo fattore più interno alla vita di comunità: la contro-testimonianza o una vita fatta di ruotine, di monotonia, di noia, di assuefazione. Viviamo, celebriamo, annunciamo, come se niente e nessuno dovesse venire. Il fattore della contro testimonianza è presente nella vita stessa della Chiesa: abbiamo smarrito quell’attesa cristiana dei primi tempi che portava i discepoli e gli apostoli a gridare con convinzione Vieni, Signore Gesù! Ritornare ad essere profeti: fraternità in discernimento La sentinella, così come il profeta, è in anticipo sugli altri: intravede l’avvicinarsi del giorno del Signore, della sua visita, e pone in allarme la comunità, la società, affinché non arrivi impreparata all’incontro con il Signore. L’augurio più bello che possiamo scambiarci per la Giornata mondiale di preghiera per la Vita consacrata è di ritornare ad essere profeti, fiaccole accese e non vasi da riempire con nozioni e dottrine, regole e costituzioni. I consacrati sono stelle che brillano, fiaccole che ardono e si consumano per amore del Signore e per il bene della fraternità. Un aspetto che si dovrà curare, come ha ricordato in più occasioni papa Francesco, è la vita fraterna in comunità. Essa va alimentata dalla preghiera comunitaria, dalla lettura orante della Parola, dalla partecipazione attiva ai sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, dal dialogo fraterno. Parlando di fedeltà e di abbandoni, ha ricordato papa Francesco, dobbiamo dare molta importanza all’accompagnamento. «È necessario che la vita consacrata investa nel preparare accompagnatori qualificati per questo ministero… Il carisma dell’accompagnamento spirituale, diciamo della direzione spirituale, è un carisma “laicale”. Anche i preti lo hanno; ma è “laicale”. Tutto ciò servirà ad assicurare un discernimento continuo che porti a scoprire il volere di Dio, a cercare in tutto ciò che più è gradito al Signore, come direbbe sant’Ignazio, o – con le parole di san Francesco d’Assisi – a “volere sempre ciò che a Lui piace” (cf. FF 233)». Correre incontro a Cristo che viene Nell’Omelia del 2 febbraio 2014, in occasione della Giornata per la Vita Consacrata, papa Francesco meditò sulla presentazione di Gesù al tempio attraverso la categoria o immagine dell’incontro con Cristo. Si trattò di un “singolare incontro” tra Gesù e il suo popolo. «È lui che viene a noi, portato da Maria e Giuseppe, e siamo noi che andiamo verso di lui, guidati dallo Spirito Santo. Ma al centro c’è lui. Lui muove tutto, lui ci attira al Tempio, alla Chiesa, dove possiamo incontrarlo, riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo». I profeti, ossia i consacrati, se pur nella loro debolezza, sono coloro che vanno incontro al Signore con la gioia della vita, carichi di speranze, di sogni da realizzare, di progetti da portare avanti. Come consacrati, dobbiamo chiederci se, al di là dei mille impegni e progetti carismatici, le nostre comunità sono luoghi autentici di preghiera. Dobbiamo chiederci se tutti sentiamo il bisogno di cercare Dio e di dialogare con lui. Difatti, non avrebbe senso il nostro stare assieme senza il richiamo alla vita spirituale e il primato della vita di unione con Dio. Tuttavia, è importante riscoprire il vero significato della vita spirituale e del primato di Dio. La vita spirituale non è altro che “la mia esistenza concreta davanti a Dio” (Karl Rahner). Anzi, potremmo dire cosi: la vita spirituale non è altro che “la nostra esistenza concreta e fraterna davanti a Dio”. Spesso ci illudiamo di parlare con Dio e abbiamo una visione troppo alta di noi stessi. Fidarsi del Signore Come uomini e donne di fede, noi consacrati possiamo testimoniare alla gente che fidarsi di Cristo è bello, e che la fede è relazione concreta con Dio e con i fratelli. Noi possiamo dire al mondo che abbiamo sempre bisogno di mettere fiducia in qualcuno e di ricevere a nostra volta fiducia da qualcuno, perché non è possibile diventare persone mature senza porre e ricevere fiducia. Non possiamo crescere senza mettere fiducia nei genitori, in chi ci ha messo al mondo. Ancor di più, non possiamo vivere bene in comunità senza fidarci di Dio e dei fratelli e delle sorelle che ci sono accanto. In ognuno di noi c’è un incredibile bisogno di credere, di dare e ricevere fiducia, come altresì di amare e di sentirsi amati. Dunque, se vogliamo parlare del primato di Dio nella nostra vita spirituale dobbiamo riconoscere la nostra crisi nella fede, nella fiducia in Dio e nei fratelli. È sulla nostra capacità di credere che si gioca il futuro delle nostre relazioni in comunità. Perché credere è il modo di vivere le relazioni con gli altri: non è possibile alcun cammino di umanizzazione senza gli altri. Recuperare la vita interior, a parlare con Dio Il contributo che noi consacrati possiamo dare alla Chiesa e al mondo riguarda proprio il recupero della vita interiore. Quando teniamo il Vangelo tra le mani, dovremmo pensare, come Francesco, che lì abita il Verbo che vuole farsi carne in noi, impadronirsi di noi perché, con il suo cuore innestato sul nostro, con il suo spirito comunicante con il nostro spirito, noi diamo un inizio nuovo alla sua vita in un altro luogo, in un altro tempo, in un’altra società. Così, la fede è da vivere nella condizione presente. Da qui il bisogno di riscoprire insieme alla gente i tre luoghi della Parola: la sinassi eucaristica (per noi è la Messa comunitaria); la lectio divina (l’ascolto personale del Vangelo o anche la meditazione delle Scritture); il maestro o direttore spirituale (che ci aiuta a concretizzare la volontà di Dio nella nostra vita). Facciamo nostra questa espressione: “Dobbiamo perdere tempo con Dio”. Abbiamo bisogno, cioè, di dedicare più tempo alla meditazione, allo studio della Parola, alla preghiera personale. Abbiamo urgente necessità di recuperare spazi di silenzio e di ascolto: i ritmi così frenetici della vita quotidiana e delle stesse attività pastorali rischiano di impoverirci e di desertificarci nello spirito. La lectio divina non è una specie di prontuario che ci permette alla fine di sapere tutto. È, piuttosto, un’introduzione, una conduzione nell’oscurità di Dio, del suo Mistero. E se leggiamo davvero bene la Scrittura, ci accorgiamo che ogni pagina ci porta al di là, ci mette di fronte a qualcosa di più alto, perché Dio è oltre. Tale verità la si esprime nell’adorazione, nel ringraziamento, nella lode, nella riverenza. La vita spirituale si nutre del Vangelo, ossia delle parole, delle azioni e dei sentimenti di Gesù Cristo. Facciamo ancora nostro questo adagio: “Quando non si riesce a vivere come si pensa, si corre il rischio di pensare come si vive”. In un tempo di crisi nella fede e di facile pragmatismo, è indispensabile ricominciare a parlare con Dio e a fare della preghiera (di lode, di ringraziamento, di supplica, d’intercessione…) il nostro tempo di ascolto del Signore. D’altronde, convertirsi è proprio questo: ritornare al Signore con tutto il cuore, cioè ritornare a parlare con lui dal profondo di noi stessi.

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