Il 24 novembre 2007, parlando ai partecipanti alla XXI Conferenza internazionale promossa dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute il Papa ricordava: “il bacio del lebbroso del giovane Francesco che ha trovato imitatori non solo in personaggi eroici come il beato Damiano de Veuster, morto nell’isola di Molokai mentre assisteva i lebbrosi, o come la beata Teresa di Calcutta, oppure le religiose italiane uccise qualche anno fa dal virus dell’ebola , ma pure in tanti promotori di iniziative a favore dei malati infetti, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo”. Oltre alla citazione contenuta nell’Enciclica Deus Caritas est, e nella Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, il Papa ha riproposto il modello Francesco-Chiara ai giovani universitari di Roma presenti in San Pietro alcuni giorni prima di Natale. “Francesco e Chiara sono stati entrambi ‘conquistati’ dal mistero eucaristico. Nell'Eucaristia essi hanno sperimentato l'amore di Dio”.
Anche durante il recente viaggio in Brasile, 9- 14 maggio 2007, per ben due volte il Papa ricordava San Francesco visitando la «Fazenda da Esperança», un'opera sociale dedicata a «Nossa Senhora da Gloria» fondata da Frei Hans Stapel. “Desidero manifestare il mio apprezzamento per quest'Opera che ha come fondamento spirituale il carisma di San Francesco” - rilevava il Papa -. Ed ancora, rivolgendosi alle Clarisse, le salutava con il passo del Cantico delle Creature e commentava: “Lodato sii, mio Signore, per tutte le tue creature. Con questo saluto all'Onnipotente e Buon Signore il santo Poverello di Assisi riconosceva la bontà unica di Dio Creatore e la tenerezza, la forza e la bellezza che soavemente si espandono in tutte le creature, rendendole specchio dell'onnipotenza del Creatore ... Sì, qui scopriamo che la bellezza delle creatura e l'amore di Dio sono inseparabili. Francesco e Chiara di Assisi - continuava - scoprono anche questa segreto e propongono ai loro amati figli e figlie una sola cosa, e molto semplice: vivere il Vangelo. Queste e la loro norma di condotta e la loro regola di vita. Chiara lo espresse molto bene - rilevava ancora il Papa - quando disse alle sue consorelle: ‘Abbiate tra di voi, figlie mie, lo stesso amore con il quale Cristo vi ha amato’ .... Con la forza della preghiera silenziosa, con i digiuni e Ie penitenze, Ie figlie di santa Chiara vivono il comandamento dell'amore per Dio e per il prossimo, nel gesto supremo di amare fino all'estremo”.
Ai parroci e al Clero della Diocesi di Roma durante I'annuale incontro quaresimale svoltosi nella mattina di giovedì 22 febbraio 2007, nell' Aula della Benedizione, Papa Benedetto, rispondeva alla domanda di un presbitero romano: “... Mi sembra che abbiamo due regole fondamentali, delle quali Lei ha parlato. La prima regola ce I' ha data San Paolo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi: non spegnere i carismi. Se il Signore ci da nuovi don i dobbiamo essere grati, anche se a volte sono scomodi. Ed e una bella cosa che, senza iniziativa della gerarchia, con una iniziativa dal basso, come si dice, ma con una iniziativa anche realmente dall' Alto, cioè come dono della Spirito Santo, nascono nuove forme di vita nella Chiesa, come del resto sono nate in tutti i secoli.
Inizialmente erano sempre scomode: anche San Francesco era molto scomodo e per il Papa era molto difficile dare, finalmente, una forma canonica ad una realtà che era molto più grande dei regolamenti giuridici. Per San Francesco era un grandissimo sacrificio lasciarsi incastrare in questa scheletro giuridico, ma alla fine e nata così una realtà che vive ancor oggi e che vivrà in futuro: essa da forza e nuovi elementi alla vita della Chiesa”.
Nel tardo pomeriggio di sabato 17 febbraio 2007 Benedetto XVI compiva la visita alla Comunità del Pontificio Seminario Romano Maggiore, in occasione della Festa patronale della Madonna della Fiducia. Momento centrale della visita è stato l' incontro nella Cappella grande del Seminario. II Papa ha risposto alle domande rivoltegli da sei seminaristi, uno per ogni classe. Nel rispondere ai giovani seminaristi Papa Benedetto ricordava con queste parole Frate Francesco: “... Quanto alle mie preferenze, naturalmente seguivo con attenzione, in quanto potevo, le lezioni. Inizialmente, nei due primi anni la filosofia, mi ha affascinato, fin dall' inizio soprattutto la figura di Sant' Agostino e poi anche la corrente agostiniana nel Medioevo: San Bonaventura, i grandi francescani, la figura di San Francesco d 'Assisi”.
Il 4 gennaio 2007 nell'incontrare i poveri di Roma alla « Mensa caritas» di Colle Oppio, il Santo Padre, ricordava: “In questa Mensa, che in un certo modo potrebbe essere considerata il simbolo della Caritas di Roma, in questa locanda, come ha detto la vostra portavoce, e possibile toccare con mano la presenza di Cristo nel fratello che ha fame e in colui che gli offre da mangiare. Qui si può sperimentare che, quando amiamo il prossimo, conosciamo meglio Dio: nella grotta di Betlemme, infatti, Egli si e manifestato a noi nella povertà d' un neonato bisognoso di tutto. II messaggio del Natale è semplice:Dio è venuto tra noi perché ci ama e aspetta il nostro amore. Dio è amore: non un amore sentimentale, ma un amore che si è fatto dono totale sino al sacrificio della Croce, cominciando con la nascita nella grotta di Betlemme. Di questo amore, realistico e divino, ci parla il bel presepe che avete voluto allestire all' interno della vostra Mensa, e che poco fa ho potuto ammirare. Nella sua semplicità, il presepe ci dice che amore e povertà vanno insieme, come insegna anche un grande innamorato di Cristo, san Francesco d' Assisi. Nel Natale Dio si è fatto uomo, perché a Lui interessa l' uomo, ogni uomo. E san Gregorio Nazianzeno ha detto che si è fatto uomo perché voleva sperimentare personalmente come è I 'essere uomo, come è realmente il vivere la povertà. Il grande Dio voleva fare esperienza personale della vita umana, di tutte le sofferenze e di tutti i bisogni umani. Appena nato, Gesù è stato deposto nella mangiatoia di Betlemme, parola che, come voi sapete, significa la Casa del pane. In realtà Gesù, "il pane disceso dal cielo", "il pane della vita" (cfr Gv 6, 32-51), si rende in qualche modo visibile ogni giorno in questa Mensa, dove non si vuole dare soltanto da mangiare - certamente mangiare è importante -, ma si vuole servire la persona, senza distinzione di razza, religione e cultura. "L’ uomo che soffre ci appartiene", diceva il mio indimenticabile Predecessore, Giovanni Paolo II, al quale proprio oggi abbiamo intitolato la Mensa. Dalla grotta di Betlemme, da ogni presepe si diffonde un annuncio che vale per tutti: Gesù ci ama e ci insegna ad amare, ci provoca ad amare. I responsabili, i volontari e tutti coloro che frequentano la Mensa possano sperimentare la bellezza di questo amore; possano sentire la profondità della gioia che da esso deriva, una gioia certamente diversa da quella illusoria reclamizzata dalla pubblicità”.
All’Angelus della Giornata Missionaria mondiale il 22 ottobre 2006 il Papa presentava così il Santo della fratellanza universale: “La missione parte dal cuore: quando ci si ferma a pregare davanti al Crocifisso, con lo sguardo rivolto a quel costato trafitto, non si può sperimentare dentro di sé la gioia di sapersi amati e il desiderio di amare e di farsi strumenti di misericordia e di riconciliazione. Così – ricordava – accadde, proprio 800 anni or sono , al giovane Francesco di Assisi: “Và, e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina …”. “Quella ‘casa’ era prima di tutto la sua vita , da ‘riparare’ mediante una vera conversione; era la Chiesa, non quella fatta di mattoni, ma di persone vive, bisognosa sempre di purificazione; era anche l’umanità tutta, nella qual Dio ama abitare. La missione parte sempre da un cuore trasformato dall’amore”.
Il giorno dopo la solennità del 5 ottobre 2006, all’udienza generale il Papa presentava ai giovani, ai malati e agli sposi novelli la figura di Santo Francesco: “Il suo esempio vi solleciti a progettare il futuro in piena fedeltà al Vangelo” – auspicava - .E ai malati: “Il Santo di Assisi di aiuti ad affrontare la sofferenza con coraggio, trovando nel Crocifisso luce e conforto”. E agli sposi novelli: “Il Poverello vi conduca a un amore sempre più generoso”.
Messaggio storico quello reso noto in occasione del XX anniversario dell’Incontro interreligioso di preghiera per la pace il 4 settembre 2006, voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986. La comunità di Sant’Egidio ricordava l’evento sulla Piazza Inferiore di San Francesco. Nel messaggio il Papa diceva: “Senza cedimenti al relativismo e al sincretismo, lo ‘spirito di Assisi’ci impegna a costruire la pace partendo dai cuori, luogo degli interventi di Dio. Il Poverello incarnò in modo esemplare la beatitudine proclamata da Gesù: ‘beati gli operatori di pace’ ”. Lettera di Sua Santità Benedetto XVI a S.E. Mons. Domenico Sorrentino in occasione del XX anniversario dell’incontro interreligioso di preghiera per la pace
“Iddio vi renda testimoni e costruttori di pace seguendo le orme del poverello di Assisi” - augurava il Pap, il 9 agosto 2006, ai partecipanti al Meeting internazionale promosso dai Frati Minori Conventuali proprio nella città Serafica di Assisi.
Durante la veglia di Pentecoste parlando a mezzo milione di aderenti ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità incontrati in Piazza San Pietro nel tardo pomeriggio di sabato 3 giugno 2006 l’unico santo che il Papa citava era San Francesco d’Assisi che ha saputo accogliere il soffio dello Spirito nella sua vita: “Con il ridestarsi dello Spirito di Dio nei cuori degli uomini è tornato il fulgore dello Spirito Creatore anche sulla terra”.
Al Colosseo, al termine della “Via Crucis” del 15 aprile 2006 richiamava san Francesco, come il “santo” che ha saputo trovare la strada della Croce per andare a Gesù.
Sono molti gli interventi di Benedetto XVI su san Francesco. Partiamo dal mistero del Dio bambino, cuore della spiritualità francescana. Diceva il Papa all’Angelus dell’11 dicembre 2005: “San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo in tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione. Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale da ricco che era si è fatto povero per noi”.
Sull’esempio di San Francesco d’Assisi - augurava ai presenti del terz’ordine Francescano Secolare presenti all’udienza generale del 9 novembre 2005 - riuniti in Capitolo Generale - “rinnovate lo slancio apostolico nel diffondere dappertutto il Vangelo”.
“Pace e bene!”. Il 12 ottobre 2005 .E’ stato l’auspicio di “benedizione sui fedeli che amano la città santa, sulla sua realtà fisica di mura e palazzi nei quali pulsa la vita di un popolo, su tutti i fratelli e gli amici. In tal modo Gerusalemme diventerà un focolare di armonia e di pace”, ha detto Benedetto nella catechesi, interrotto da un applauso alle parole “pace e bene”. Per questo ha commentato a braccio: “Tutti abbiamo un’anima un po’ francescana”. Benedetto XVI ha ricordato che “città santa e compatta, simbolo di sicurezza e di stabilità. Gerusalemme è il cuore dell’unità delle dodici tribù d’Israele, che convergono verso di essa come centro della loro fede e del loro culto. Là, infatti, esse ascendono “per lodare il nome del Signore” nel luogo che la “legge d’Israele ha stabilito quale unico santuario legittimo e perfetto”. “Il salmo- ha aggiunto- ha tracciato, cos, un ritratto ideale della città santa nella sua funzione religiosa e sociale, mostrando che la religione biblica non è astratta nei intimistica, ma è fermento di giustizia e di solidarietà. Alla comunione con Dio segue necessariamente quella dei fratelli tra loro”. Commentando l’invocazione finale il Papa ha detto che “essa è tutta ritmata sulla parola ebraica shalom, “pace”, tradizionalmente considerata alla base del nome stesso della città santa Jerushalajim, interpretata come città della “pace” come è noto, shalom allude alla pace messianica, che raccoglie in sé gioia, prosperità, bene, abbondanza.
Anzi, nell’addio finale che il pellegrino rivolge al tempio, alla “casa del Signore nostro Dio”, si aggiunge alla pace il “bene”: “chiederò per te il bene”. Sì ha, così, in forma anticipata il saluto francescano: pace e bene!”
Nel suo commento a braccio il Papa ha posto l’attenzione sulle parole di San Gregorio Magno: “se io in fatti non mi sforzo di accettare voi così come siete, e voi non vi impegnate ad accettare me così come sono, non può sorgere l’edificio della carità tra noi, che pure siamo legati da amore reciproco e paziente”.
Ai pellegrini di Terni-Narni- Amelia, presenti all’udienza generale del 5 ottobre 2005 Papa Benedetto legava i due santi giganti della terra umbra e rilevava: “Voi provenite dalla terra di san Benedetto e di San Francesco: anch’essi fecero questo pellegrinaggio. E si può dire che dall’Umbria a Roma il loro esempio è giunto ovunque. Dopo molti secoli la loro testimonianza di amore e di pace è ancora attuale: l’Italia, L’Europa, il mondo ne hanno bisogno. Vi esorto ad ascoltare il Vangelo e a testimoniarlo nella vostra vita come hanno fatto questi due grandi Santi”.
“… Ci rivedremo ad Assisi”. La promessa fatta al Padre Vincenzo Coli, Custode del Sacro Convento, pochi mesi dopo la sua elezione alla Cattedra di Pietro, il 15 giugno 2005. Papa Benedetto XVI è stato nella città di San Francesco domenica 17 giugno 2007 per consegnare al Santo primario patrono d’Italia le attese e le speranze del Paese.