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Quando le parole distruggono #migliorisipuò

Andrea Cova
Pubblicato il 30-11--0001

Le parole non sono semplicemente un insieme di lettere e suoni che generano un unico suono. 


Queste lettere, questi suoni hanno un grande peso, non certo un peso fisico ma morale.


Difficilmente ci rendiamo conto della loro forza, a volte dirompente, se non quando accade qualcosa che ci "rianima" dal torpore in cui versiamo. Allora succede che un ragazzino viene umiliato, torturato e ridotto in fin di vita mentre nelle sue orecchie risuona la parola "ciccione".



  Le parole vanno utilizzate con parsimonia, con coscienza di saperne esattamente il significato e l'etichetta che spesso possono essere per molti individui. Il bambino era ciccione, la donna dell'est Europa inevitabilmente ladra, l'arabo è terrorista, e il naufrago negro. Per non pensare poi a certi epiteti poco gentili che a volte  accompagnato questi termini.


Ogni giorno, ogni minuto di ogni giorno si leggono, si ascoltano episodi che fanno accapponare le pelle, accadimenti che portano con sé l'etichetta per il protagonista.


E' per questo motivo che come Rivista San Francesco abbiamo deciso di aderire alla campagna #migliorisipuò.

Perché le parole possano ritrovare ed essere utilizzate secondo il peso e il significato che hanno, in modo da cominciare ad eliminare tutte quelle discriminazioni che come primo passo nascono dal lessico ma crescono e provocano danni irreversibili nella vita quotidiana

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